Kritiko Allucinato?

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Comments: 10 Comments
Published on: 2 January 2007

Ma qualcuno riesce a spiegarmi perché i critici “pop” (nel senso di non classici, non jazz) italiani (non tutti, ma la maggior parte) sono o assurdamente esagerati oppure danno sfogo a un bassissimo livello poetico con contenuto informativo pari a zero, mentre invece gli anglosassoni sono informativi e mediamente obiettivi?
Prendiamo, per es., le critiche che ho cercato per scrivere il post precedente su Rock Bottom.
Onda Rock scrive (estratti; i corsivi sono miei)

Sebbene siamo sicuri che la musica di questo disco fosse già immensa e bellissima…
…Il regno dei nuovi suoni esprime l’immensa solitudine dell’uomo e il suo anelito di salvezza…
…La sezione ritmica del doppio “Alifib/Alife”, affidata al respiro/sospiro è entrata prepotentemente tra le “trovate” più geniali di tutta la storia della musica
…La tettonica che scaturiva dall’eterna contrapposizione tra il jazz e il rock si chiude su se stessa e ne rimane solo una musica da camera, trionfo del nuovo intelletto
…”Rock Bottom” rappresenta la definitiva chiusura di un’epoca, tanto per l’uomo Wyatt quanto per la storia della musica popolare. È il fulcro inevitabile della storia del rock e ogni giudizio su ciò che c’era prima e ciò che è venuto poi va in un modo o nell’altro ricondotto a questo disco

Ma siamo fuori? Se questo è un capolavoro assoluto, Bach chi è?
E se questo è un capolavoro assoluto solo nell’area della popular music, allora il suddetto genere conta più capolavori assoluti di qualsiasi altro genere sulla faccia della terra, giacché girando per Onda Rock (ma anche per altri siti) se ne trovano migliaia.

D’altro canto, altri critici prendono il loro lavoro come un pretesto per evidenziare le loro assai scarse qualità poetiche.
Su Rock Bottom, Scaruffi scrive (estratti)

C’e` come un respiro, una medesima pulsazione vitale, che anima tutti i brani, come esalante da una massa organica di sentimenti. Per questo arduo programma di flusso di coscienza in Rock Bottom si fondono le due componenti principali della musica di Wyatt: il melodismo sentimentale di Moon In June e il vocalismo patafisico di Las Vegas Tango. All’insegno del free-jazz nasce allora una forma-suite di grande suggestione ed emotivita’.

La funerea elegia di Sea Song … si libra in un gorgo armonico sinistro e disperato con un lento incedere da cerimoniale segreto. Last Straw affonda in modo ancor piu` sinistro in misteri occulti, con uno svolgimento che ricorda una Las Vegas Tango piu` lineare e nervosa, con un arrangiamento che rende la sensazione di una mente sconnessa e dell’apocalissi imminente.

che rappresentano anche i due stati fondamentali dell’arte di Wyatt, il lirismo titanico e il nonsense dadaista, ovvero l’ansia d’ assoluto (“unendliche sehnsucht”) e la paranoia del quotidiano. La voce si abbandona a deliri e convulsioni con un tono dimesso che e` ben lontano dai gargarismi del passato, e i fiati si lanciano in lunghe traversate, arabescando di incubi terribili atmosfere gia` demenziali.

Unendliche sehnsucht!? Paranoia del quotidiano?? Apocalissi imminente!!??
Ma sta parlando di un disco o dell’asteroide prossimo venturo?
Adesso, supponete di non sapere niente di Rock Bottom e andate a leggervi le recensioni. Cosa avete capito del disco?
Perché nessuno scrive di musica? Perché nessuno mi dice com’è il tempo, la ritmica, l’armonia? Perché non lo sanno?. Ma se non capiscono nulla di armonia, cosa fanno i critici a fare? E se invece la capiscono, perché non ne parlano? Perché la gente non capirebbe? Forse sarebbe ora di cominciare.
Adesso, invece, andiamo a leggere una qualsiasi recensione anglosassone (questa è di tale Martin Dietrich):

“Sea Song” is a beautiful lovesong as well as a duett of Wyatt and Richard Synclair’s bass. Organ and bass are dominating this song but you also get guitar and piano. The song raises slightly in the end. “The last Straw” commences in a similar way, organ and bass build a musical basis and Wyatt’s voice impends over it. The drums stay discreet all the time. “Little Red Riding Hood Hit The Road” is an extension of “The last straw”, the melody commences and Mongezi Fesa adds some trumpet. This song is kind of hypnotic due to Wyatts voice and the melody, terrific! “Alifib” is a homage to his significant other and again, a duett, this time between Wyatt and Hopper on bass. In the beginning you just hear Wyatts breathing and gasping over some beautiful, mellow and muted Keyboard sounds. After a time Wyatt begins to sing, just as alsways, very melanciloc. After the song gets more and more intensive, it passes into the next track “Alife” wich is a bit madder mainly because of the saxophone. Nevertheless the two songs seem to belong togher, two great and melancolic tracks, beautiful. On “Little Red Robin Hood Hit The Road” Mike Oldfield, Fred Frith, Laurie Allen and again Richard Sinclair gathered to attend Wyatt. The vivid beginning is dominated by Oldfield’s guitar and Waytt’s voice, later on Frith’s viola affiliates. The end is quite funny because somebody tries to tell you something about a broken telephone, drinking tea and some other weird stuff. The song dies away with laughter.

C’è una bella differenza. Non parla di accordi, ma almeno cerca di spiegarmi come sono fatti i pezzi. Sebbene faccia anche un errore (il sax di Alife è un clarinetto basso), cerca di darmi delle informazioni.
Capisco che in Italia Bertoncelli abbia fatto scuola, ma da noi è come se, per chi scrive, l’informazione fosse secondaria, mentre l’importante è cercare di mostrare che si è bravi a scrivere (con scarsi risultati).
O mi sbaglio?

10 Comments
  1. nicola says:

    - se chiamano uno a scrivere di musica classica (con tutte le possibili sfumature del caso), prima gli chiedono se sa qualcosa di quello su cui deve esprimere un giudizio.
    - se chiamano uno a scrivere di musica leggera (o jazz, o prog, o che cavolo volete), prima gli chiedono se sappia qualcosa su quel che dovrebbe scrivere; nel caso risponda sì, lo cassano.
    tradotto in soldoni: è tragicamente normale che chi scrive di musica “leggera” non abbia quasi mai avuto a che fare – non dico con un pentagramma – neanche con un giro di do, suonato sulla più scordata chitarra che a chiunque sia capitata in mano.
    tant’è che franco fabbri, che è uno dei pochi che sa di cosa parla, è visto abbastanza male dai giornalisti “musicali”, in quanto si permette di parlare di robe astruse tipo “struttura armonica”, “modi”, “relative maggiori o minori” etc. quando si occupa – ad esempio – di de andré.

  2. Mauro says:

    ok, ma perché?
    perché per il lavoro di critico “pop” si cerca qualcuno che non sappia nulle di musica?

  3. Fede says:

    perchè si presuppone che parli a gente che non ne sa nulla? mah. penso che in parte siano cascami romantici mal interpretati, in parte potrebbe essere che gran parte del pop/rock/dance/etc si basano su schemi di armonia/ritmo/melodia abbastanza scontati e spesso le vere iinnovazioni sono sul timbro, paramentro sul quale è forse più difficile avere un vocabolario. NON CHE QUESTO GIUSTIFICHI!
    Mi piacerebbe sapere, Mauro, di una canzone pop che giudichi un capolavoro (nemmeno io pur apprezzandole giudoco tali le musiche che hai proposto).

  4. Mauro says:

    Premesso che faccio fatica a usare la parola capolavoro anche per la musica classica e penso che in ogni caso non si possa usare per qualcosa che ha meno 30/40 anni (50/100 ancora meglio) perché la prova del tempo è fondamentale, credo che un album come Sgt. Pepper’s LHCB ci si avvicini.
    Secondo me non si è mai più visto qualcosa di così creativo, innovativo e che amplia così tanto i confini di un genere come quel disco (e nello stesso tempo ha una unità formale pur contenendo canzoni così diverse).
    Al momento non mi viene in mente altro… sicuramente pensandoci…

  5. Fede says:

    uhm, condivido, io però pensavo più che altro ad una singola canzone…magari pop in senso più ristretto, una canzone di 3/5 minuti e punto, una pop song insomma…

  6. nicola says:

    il fattore tempo credo anch’io abbia la sua importanza.
    mi viene in mente che liszt giustamente attaccava famosi critici francesi (che conoscevano la musica) perché esaltavano thalberg (oggi quasi sconosciuto al di fuori dei libri di storia della musica) contro chopin e lo stesso liszt.
    per il presente, cioè per lo scorrere delle nostre vite, dobbiamo accontentarci di quel che ci piace, tenendo presente anche il fatto che continuamente si cambia, sperabilmente ci si affina, e quel che ci piaceva a 18-20 anni magari oggi ci fa sorridere di un certo compatimento per quel che allora ammirammo.
    a me, almeno, succede abbastanza spesso.
    come il contrario, vale a dire scoprire bellezza in cose che a suo tempo non mi avevano affatto colpito, e chiedermi: ma dove avevo la testa (o le orecchie)?

  7. Mauro says:

    ok, allora, in questo spirito, segnalo Man-Erg dei Van der Graaf da Pawn Hearts
    magari prossimamente la metto

  8. Albenliebe says:

    Toh, anche da queste parti si spara su scaruffi… (è un bersaglio comune anche sul ng it.arti.musica.rock (http://groups-beta.google.com/group/it.arti.musica.rock/topics), che consiglio a chi ha tempo)
    Arrivo tardi, ma provo a dire la mia: capisco la frustrazione nel leggere periodi infarciti di paroloni che non dicono niente, e ancora di più nel leggere che il disco recensito è l’ennesimo capolavoro che come abbiamo fatto finora a sopravvivere senza; e comprendo anche che sarebbe più interessante sapere che cosa c’è di oggettivo dentro a un brano, in termini di ” “struttura armonica”, “modi”, “relative maggiori o minori” ” (cit.), per quel che ne posso capire, che non è tanto ma neanche niente. Tuttavia una recensione di soli fatti mi lascerebbe comunque a bocca asciutta, somiglierebbe di più al riassuntino delle medie. Una via di mezzo sarebbe auspicabile, imho, tanto più che quando si entra nell’ottica del recensore e lo si comincia a conoscere, si impara a scremare quel che dice; e capendo quanto del suo gusto coincide col nostro anche i paroloni possono avere la loro utilità. Poi bisogna vedere se lo sforzo empatico vale la pena. In fondo it’s only rock’n'roll, isn’t it?

  9. Mauro says:

    beh, io ho preso scaruffi come esempio di quelli che definisco critici alla bertoncelli, comunque, in linea di massima, sono d’accordo con te.
    Io non voglio che uno mi faccia una analisi armonica di un brano, ma solo che sia un po’ informativo, che mi faccia capire cosa c’è in un disco, poi può anche raccontarmi qualcosa delle sue sensazioni, se vuole.
    Ma capisco anche che è difficile farlo se non c’è un substrato di conoscenza comune. La musica è una delle poche cose che tutti usiamo ma di cui pochi sanno qualcosa. Se ti dico che ho mangiato un pollo thailandese che è fatto con fettine sottili di petto di pollo con insalata e una salsina verde piccante che sa di rafano (cren), tu ti fai un’idea di che gusto ha, credo.
    Se invece ti dico che una canzone è in minore, io, tu e pochi altri già cominciamo a pensare a che sonorità può avere, ma siamo veramente in pochi.
    Così oggi ho ascoltato da una radio un trasmissione su Coltrane in occasione dell’uscita della trad. italiana di un famoso libro su di lui. Nella trasmissione i pezzi erano presentati leggendo parti del libro e il conduttore, che era anche preparato, dice “naturalmente saltiamo le analisi armoniche di cui il libro è infarcito, nonostante le quali resta comunque piacevole e leggibile”.

  10. diecipaste says:

    La caratteristica principale della critica musicale Italiana è “l’immaginifica” decrizione dei contemuti musicali, a prescindere da Bertoncelli.
    E’ ormai più di trentanni che pochissimi addetti all’analisi della musica pop-rock o qualsivoglia danno indicazioni musicali legate alla struttura, esecuzione, forma. Siamo, quasi sempre, nel campo della critica libera e molto vicina a quella sublime dell’arte contemporanea, dove il nulla è costantemente citato usando miliardi di parole inutili. Pertanto ogni svolazzo linguistico è ammesso, ogni farcitura di frasi tortuose e labirintiche è ben accetto, ogni forma di pseudo poetica va bene per arricchire la lista di parole che devono descrivere, per piacere o per forza, lo stato d’animo dello scrivente. Questi attraversato dall’estasi del suono improvvisa prosa che si addice alle note che sta beatamente ricevendo nei padiglioni auricolari. I poveri e ormai derelitti lettori non sanno assolutamente che cosa sentiranno e nemmeno quale potrà essere l’approcio all’opera.
    Il motivo di questa solenne grottesca disinformazione è nel mondo musicale Italiano mai assurto allo stato di serio mercato culturale/ludico quale è in altre parti del mondo. Gli interpreti/attori della scena sono questi che ci ritroviamo nel web o sui giornali con buona pace di qualsiasi vera informazione o critica musicale.

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