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18

Jan

No Surrender!

Autore: Mauro @ 2007.01.18.00.01.28 — Categorie: StoriaPermalink

Onoda

World War II did not neatly end with Japan’s surrender on September 2, 1945. At its height the Japanese Empire was more than 20 million square miles of land and sea. Soldiers in isolated regions fought on for years after the surrender some unaware the war had ended, other refusing to believe. Some hide in the jungles alone, others fought in groups and continued to make attacks and conduct guerilla warfare. These men were called Japanese Holdouts, or Stragglers and their stories are some of the most fascinating human interest stories of the 20th Century.
From the 33 Japanese soldiers, commanded by Lt. Ei Yamaguchi that renews fighting in 1947 on the island by attacking a Marine patrol with hand grenades to the most famous, Hiroo Onoda (see image), who surrendered in 1974, 29 years after Japan’s formal surrender, and 15 years after being declared legally dead in Japan, the japanese holdouts are thousand.
The Onoda story is astonishing. Despite the efforts of the Philippine Army, letters and newspapers left for them, radio broadcasts, and even a plea from Onoda’s brother, he did not belive the war was over. On February 20, 1974, Onoda encountered a young Japanese university dropout named Norio Suzuki who was traveling the wold and told his friends that he was “going to look for Lieutenant Onoda, a panda, and the abominable snowman, in that order. The two became friends, but Onoda said that he was waiting for orders from one of his commanders. On March 9, 1974, Onoda went to an agreed upon place and found a note that had been left by Suzuki. Suzuki had brought along Onoda’s one-time superior commander, Major Taniguchi, who delivered the oral orders for Onoda to surrender. Intelligence Officer 2nd Lt. Hiroo Onada emerged from the jungle of Lubang Island with his .25 caliber rifle, 500 rounds of ammunition and several hand grenades.
Here is the japanese holdouts site.

Chissà quale strana connessione mentale mi fa passare dalle micronazioni ai soldati giapponesi convinti che la guerra non sia mai finita (io scrivo questi post tutti insieme, poi dico a wordpress quando pubblicarli).
Comunque questo è quanto.

I casi dei soldati giapponesi perduti, rimasti in assetto di guerra per molti anni dopo la fine del conflitto sono parecchi.
Andando più o meno in ordine e limitandoci ai casi più famosi, cominciamo da Peleliu.
La battaglia di Peleliu fu, insieme a Tarawa e Iwo Jima, una delle più sanguinose della guerra del pacifico. Gli americani persero 9800 uomini e i giapponesi 13000. Soltanto 300 giapponesi si arresero e furono presi prigionieri.
Una trentina, al comando del tenente Tadamichi Yamaguchi, si nascosero in alcune caverne e vi rimasero fino al 1947, quando furono scoperti. Uno di loro venne catturato.
Per convincere gli altri a uscire senza combattere, gli americani portarono sull’isola l’ammiraglio Michio Sumikawa che parlò ai soldati con un megafono. Nessuna risposta.
Soltanto dopo l’intervento del loro compagno prigioniero, che portò loro giornali e lettere dei familiari, i giapponesi uscirono arrendendosi a 80 marines, mentre il tenente Yamaguchi consegnava la sua spada all’ufficiale americano in comando. Era il 21 aprile 1947.
Anche a Guadalcanal non meno di 100 soldati giapponesi continuarono a combattere, suddivisi in piccoli gruppi, fino all’autunno del 1947. Il 27 ottobre di quell’anno, l’ultimo combattente nipponico si arrese ai militari australiani. Aveva con sé una baionetta rotta, una vanga e una bottiglia d’acqua.
Nel 1948 finalmente si arrese un gruppo di 10/20000 (sì, 20000) soldati rimasti isolati nelle montagne della Manciuria e solo nel 1951, un gruppetto di giapponesi rintanato nell’isola di Anatahan, si convinse che la guerra era terminata. Il punto è che le operazioni per convincerli continuavano dal 1945 (6 anni).
Un altro fu trovato nel 1953 a Tinian e uno nel 1965 nell’isoletta di Vella Lavella, parte delle Isole Salomone. Fu necessario l’intervento dell’ambasciatore giapponese per convincerlo.
I “ritrovamenti” continuarono per tutto il ‘900. I casi più famosi sono quelli di Teruo Nakamura che si arrese nel 1973 sull’isola di Morotai e di Hiroo Onoda (nella foto), nel 1974 sull’isola di Lubang, nelle Filippine.
Quest’ultimo fu un caso particolarmente difficile. Nonostante l’esercito filippino gli consegnasse giornali, lettere, una radio e a dispetto anche dell’intervento del proprio fratello, Onoda non volle credere che la guerra fosse finita. Chi lo tirò fuori fu Norio Suzuki, uno studente, un dropout che vagava per le isole, che divenne suo amico e a cui confidò di essere tuttora in attesa di ordini. Suzuki allora contattò il maggiore Taniguchi, ex-comandante di Onoda, che gli inviò l’ordine di resa. Solo allora Hiroo Onoda uscì dalla giungla consegnando il suo fucile in perfetta efficienza, 500 pallottole e varie bombe a mano, con il saluto immortalato dalla foto. Tutto questo 29 anni dopo la fine della guerra e 15 anni dopo essere stato dichiarato morto.
In fondo era semplice: bastava dargli quello che aspettava per uscirne con onore. In Giappone divenne famoso e scrisse un libro intitolato, appunto, No Surrender.

Qui, un sito sui soldati giapponesi perduti.

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11 commenti a “No Surrender!”

  1. max ha dichiarato:

    …il problema è che credo che Onoda qualche pallottola l’abbia gratutitamente dispensata a qualche pacifico abitante del posto…il che non gli ha certo impedito di diventare una sorta di “simbolo” per la destra nazionalista giapponese.
    C’è un bel documentario su di lui andato in tv qualche anno fa. Forse esplorando vari “torrenti” si trova ancora.
    Ciao, un caro saluto!

  2. Mauro ha dichiarato:

    Ciao max, happy to see you.
    Quello che fai notare è giusto. E non vorrei che qualcuno pensasse che il fatto di dedicare loro un post implichi che io ammiro tipi come questi (sto proprio per cambiare il sottotitolo del blog tanto per chiarire).
    In realtà quello che mi interessa quando posto questi aneddoti è raccontare delle storie estreme, esattamente come mi occupo di musica, in fondo, estrema.
    In realtà, se uno psichiatra avesse potuto mettere le mani su Onoda, avrebbe sicuramente diagnosticato una sindrome maniacale di qualche tipo.
    Perché, va bene che sei un soldato, ma, dopo che il tuo comando non ti contatta per (facciamola lunga) un anno, l’unica cosa sensata da fare è procurarsi un giornale o una radio o parlare con qualcuno.
    E in ogni caso, l’imperativo categorico biologico è uno solo: salvarsi il culo.
    In ogni modo, quello che mi chiedo è: che cosa è scattato nella testa di questa gente?
    Perché fra un po’ vedremo che c’è un caso praticamente identico, anche se per ragioni opposte.

    In fondo mi chiedo anche cosa potrebbe diagnosticare uno psichiatra dopo aver sentito la mia musica. Molti anni fa, un medico che suonava con me, dopo un po’ mi ha spedito un test in 1500 domande usato per valutare tendenze schizoidi.

  3. Lemi ha dichiarato:

    Chiedo venia se porto una nota personale ma secondo me è molto più patologico (sfiora l’autistico) il chiudersi in schemi precostituiti e provare piacere nella sicurezza che da questi ne deriva (come faccio io ad esempio).
    Certo anche la ricerca dell’estremo, dei confini mai visitati, del mai sentito e del mai provato può avere una sua qualche motivazione psicologica (tutto lo ha alla fine) ma credo sia un atteggiamento mentale molto più proprio dell’essere umano in sè.
    Purtroppo così non è e in molti ci rifugiamo nel già sentito, nel già provato. Ma meno male che poi qualcosa si impara da chi, da quei confini torna a raccontare…

    Ps: bella anche l’idea del romanzo, mi pare tu ne abbia da raccontare!

  4. Mauro ha dichiarato:

    Intendi dire che è più sano restare isolati per 33 anni aspettando un ordine che cercare di contattare qualcuno?

  5. Lemi ha dichiarato:

    No no…per carità:-D
    Mi riferivo all’ultima parte del tuo commento, sulla musica. Mi son espresso male…

  6. max ha dichiarato:

    Se il tuo amico medico fosse vissuto in altri periodi forse lo stesso test avrebbe potuto proporlo a Beethoven! Se non era estremo lui…
    Riguardo ad Onoda, sono d’accordo con te, il personaggia a suo modo un grande fascino lo ha, il fascino dell’estremo appunto.
    Ho ritrovato quel documentario su di lui, se ti interessa te lo posso far avere in conservatorio.
    ciao e a presto max

  7. Davide ha dichiarato:

    Questo è il vero patriottismo, l’onore e la fedeltà che un patriotta deve svoggiare, Hiroo Onoda non ha abbandonato la sua guerra poichè credeva nel suo paese, credeva nella sua gente ed ha continuato a combattere fino alla fine, fino all’ultimo respiro senza chiedere niente in cambio. Dovremmo rispettare e apprezzare gente come lui che al primo posto non mette alcun bene materiale ma valori ideologici come la PATRIA, L’ONORE, LA FEDELTà. Forza e onore per Hiroo Onoda

  8. Mauro ha dichiarato:

    Spero sia un commento ironico…

  9. sandro ha dichiarato:

    IO CREDO CHE ONODA COME GLI ALTRI SOLDATI GIAPPONESI FACCIANO PARTE DI UNA CULTURA DOVE SE SI PERDE L’ONORE CI SI SQUARTA IL VENTRE DA SOLI,E PER UN SOLDATO VIENE PRIMA L’ONORE DELLA PATRIA E IL RISPETTO DEGLI ORDINI(ANCHE SBAGLIATI)PIUTTOSTO CHE IL PIù ITALICO “SALVARSI IL CULO”IN QUALSIASI MODO ANCHE GIRANDO LE SPALLE AGLI ALLEATI CHE MAGARI TI AVEVANO PARATO IL CULO FINO A QUEL MOMENTO,CERTO UN MINIMO DI INIZIATIVA DOPO UN Pò DI TEMPO POTEVANO ANCHE PRENDERLA PER VEDERE PER QUALE MOTIVO ANCORA NON GIUNGEVANO NOTIZIE,SU QUESTO SONO D’ACCORDO,MA SUL FATTO CHE NON SIANO DA PRENDERE ESEMPIO MI TROVO IN TOTALE DISACCORDO PERCHè LORO SONO IL MASSIMO ESEMPIO DI RIGORE E TOTALE SACRIFICIO NEI CONFRONTI DI UN VALORE CHE NOI ITALIANI ABBIAMO STRAPPATO L’8 SETTEMBRE 1943 E CONTINUIAMO A STRAPPARLO OGNI 25 APRILE FESTEGGIANDO LA SCONFITTA IN GUERRA…QUESTO VALORE SI CHIAMA PATRIA.

  10. Mauro ha dichiarato:

    ok, sono opinioni e le rispetto, ma sono in totale disaccordo.
    per me, anche lo stesso concetto di patria è da cancellare. l’essere fedeli fino alla morte a un governo solo perché in quello stato ci sei nato o ci vivi, se non condividi quella guerra, per me è pura follia.

  11. erri ha dichiarato:

    La cultura è un prodotto dell’uomo.
    L’onor di patria è un prodotto dell’uomo, il rispetto degli ordini (cioè la volontà di un altro uomo) idem.
    I valori sono un prodotto umano. Se non ci fosse più un uomo sulla terra (o altrove), che ne sarebbe dei valori?
    Il centro della questione per me è questo: “Il sabato è stato fato per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Vangelo di Marco, 2:27): i valori sono tali solamente se favoriscono la vita e la piena realizzazione degli uomini.
    @sandro : ti si è incantato il CapsLock!

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