The Internet Archive

Internet è volatile. Oggi trovate un bel sito che domani può essere sparito.
L’Internet Archive archivia siti e altri contenuti culturali di tutti i tipi in forma digitale. La WayBack Machine, che recupera i contenuti di siti ormai andati, ospita attualmente circa 55 miliardi di pagine. Ma ci trovate anche musica, testi, interviste, immagini in movimento.
C’è un vasto archivio di musica dal vivo di band per lo più sconosciute, più di 30.000 libri e anche materiale interessante per questo blog. Le chiavi da usare per accedervi sono “Avantgarde” e “20th Century Classical”, oltre alla ricerca diretta con i nomi dei compositori. Ne abbiamo un piccolo esempio nel post precedente.
L’accesso è libero, ma qualche volta il motore di ricerca che gestisce tutto questo materiale è sovraccarico e non risponde. Abbiate pazienza.
Nel frattempo, alla faccia della musica contemporanea, beccatevi i Grateful Dead.

Interviste e concerti

Su Archive.org sono disponibili alcune interessanti interviste, ovviamente in inglese, con: Brian Eno (1980), Astor Piazzolla (1989), Cathy Berberian (1972)
Si trovano anche le registrazioni di alcuni concerti, come questo di Cage e Tudor del 1965.

On the site Archive.org we can find some interesting interviews with Brian Eno (1980), Astor Piazzolla (1989), Cathy Berberian (1972).
There is music also. Listen to this Cage and Tudor concert (1965).

25 dischi

Tim Page, il critico del Washington Post, ha pubblicato la sua scelta dei 25 dischi più rappresentativi del 20mo secolo nell’area della musica contemporanea.
La lista è interessante per i commenti e per qualche suggerimento su autori finora trascurati. La trovate qui.

Le perversioni dei brevetti (1)

Tanto per allargare un po’ il discorso del post precedente, pubblico qui parte di un mio testo di qualche anno fa riguardante i brevetti, finora non pubblicato.
Potrebbe anche chiamarsi “Le perversioni del libero mercato 1 (aka L’Etica Aziendale)”, ma mettendola su questo piano, la serie non finirebbe mai…
È lungo, ma spero interessante. Comunque, per non annoiare, ho messo un link di continuazione a metà.

In tutte le legislazioni esiste il brevetto ed è visto come un incentivo alla ricerca. Il ragionamento è: assicurando una ventina di anni di sfruttamento esclusivo dell’invenzione o di introiti derivanti dai diritti, l’investimento degli ingenti capitali necessari alla ricerca diventa conveniente.
In teoria è giusto, ma il problema è che la realtà non è quasi mai così. Spesso la presenza del brevetto è un ostacolo alla diffusione di una invenzione. A volte ne provoca anche la scomparsa.
Andate a vedere, per esempio, a quando risale il brevetto dell’air-bag, che pure è un oggetto salvavita (secondo le stime del governo statunitense, 15.000 vite salvate contro le 242 perdute perché il passeggero non aveva la cintura al momento dell’impatto) e scoprirete che è del 1952 e appartiene a tale John Hetrick.
Il brevetto arrivò a scadenza nel 1972, guarda caso proprio un anno prima che General Motors decidesse di piazzare i primi air-bag della storia dell’automobile su alcune versioni della Chevrolet Impala. Inoltre, le industrie automobilistiche erano molto reticenti all’installazione di questo sistema, anche quando tutti i test ne provavano l’efficacia, perché aumentava costi e prezzi, tanto che il governo statunitense dovette renderlo obbligatorio con una legge nel 1984.
Tutto ciò dimostra che:

  • le aziende hanno consapevolmente ritardato per almeno 20 anni l’adozione di un sistema salvavita;
  • anche a brevetto scaduto, le aziende non lo avrebbero introdotto senza una disposizione governativa, a riprova che il cosiddetto libero mercato necessita di un controllo continuo e feroce;
  • pur avendola brevettata, Hetrick non guadagnò un solo penny dalla sua invenzione;
  • si tratta di una ulteriore prova che l’esistenza dei brevetti non porta benefici ai consumatori e non incrementa la ricerca, anzi, spesso la blocca;
  • dov’è l’etica aziendale?

Volete altri esempi?. Non c’è problema. Sparlare di industria automobilistica e ricerca, ma in genere di industria e ricerca, è facile come sparare sulla Croce Rossa.
Motore WankelChiedetevi, per esempio, che fine ha fatto il motore Wankel.
Non sapete cos’è? Non mi stupisce. Il motore rotativo progettato da Felix Wankel (prototipo nel 1936, definitivo nel 1954) andava anche lui a benzina o gasolio e rimase nell’ombra per circa 20 anni (fino alla scadenza del brevetto, cvd).
Poi, verso la fine degli anni ’60, la NSU, la Mercedes e la General Motors ne realizzarono dei prototipi. Solo negli anni 70 l’azienda tedesca Auto Union lo realizzò montandolo sulla Nsu Ro 80, una berlinona di rappresentanza regolarmente distribuita che avrebbe poi ispirato, 10 anni dopo, le linee guida delle Audi 100. Le dimensioni erano quelle delle grandi Mercedes di allora, ma il motore Wankel era di soli 993 centimetri cubi e permetteva prestazioni di primo piano (NB: le Mercedes con uguali prestazioni e dimensioni avevano cilindrata 2000). La Nsu Ro 80 (eletta auto dell’anno) era un’auto veloce e in più aveva un motore piccolo e rivoluzionario. I consumi erano quelli di un’automobile di media cilindrata e qui, ecco nascere i vantaggi ma anche i problemi.
Certamente c’erano parecchi problemi di natura tecnica, ma probabilmente risolvibili con la ricerca. Forse la maggior parte non era di natura tecnica. Il dato di fatto è che il motore Wankel è praticamente scomparso dal mondo dell’automobile. Non se ne è più parlato e anche la sua memoria, in Europa, è quasi scomparsa.
La ragione ufficiale erano i costi della ricerca che sarebbe stata necessaria per renderlo affidabile come il collaudatissimo motore a scoppio. Ah si? Ma le aziende non fanno anche ricerca? Come staremmo adesso, a oltre 30 anni di distanza, se le auto avessero sempre avuto cilindrate inferiori?
I giapponesi della Mazda, invece, hanno continuato la ricerca, lo hanno reso affidabile già alla fine degli anni ’60 e oggi lo troviamo sulla Mazda RX-8. Nel loro sito il nome di Felix Wankel appare una o due volte. Il motore rotativo naturalmente nel frattempo è diventato il motore rotativo Mazda e ha assunto il nome di Renesis (acronimo di Rotative e Genesis).
A questo punto, mi chiedo se sia davvero così difficile sviluppare motori a energie alternative (alcool, olio, elettricità, idrogeno) visto che i prototipi già funzionano. Ora, dato che una delle priorità dell’umanità dovrebbe essere quella di abbattere l’inquinamento, forse basterebbe che tutte le aziende automobilistiche fossero costrette a creare un consorzio di ricerca che si occupa di sviluppare anche solo i fondamenti del motore a idrogeno (come nel caso del motore a scoppio in cui i fondamenti sono noti a tutti e poi ognuno applica le proprie migliorie) e investirci quello che normalmente investono nella cosiddetta ricerca e lo potremmo avere in 5 anni, forse meno.
Ah, ma questo sarebbe contrario al libero mercato. Forse sì, però sarebbe altamente ragionevole ed etico: di fronte a un problema reale, l’umanità si coalizza.
Durante la guerra fredda, quando tutti vedevano UFO dappertutto, io speravo tanto in un attacco alieno. non alieni iper-avanzati e amichevoli che ci avrebbero solo distrutto culturalmente, ma alieni cattivi che vogliono eliminarci e terraformare il nostro pianeta perché respirano anidride carbonica. Così, tanto per vedere se USA e URSS finalmente non si sarebbero coalizzate lanciando i missili contro lo stesso bersaglio.
Questo sfogo serve solo a mostrare il grado di demenza del nostro sistema che favorisce l’isolamento aziendale contro la cooperazione.

Le perversioni del copyright (2)

Londra, 23 settembre 2002.
Gli avvocati delle parti si fronteggiano per dirimere l’ennesimo caso di plagio. Ma questa volta l’oggetto della causa è un po’ speciale. Il musicista pop Mike Batt ha inserito in un album della sua rock band “The Planets” un brano intitolato “One minute of silence”, il cui contenuto corrisponde al titolo ed è stato accusato di plagio dal John Cage Trust (NB: gli eredi di Jonh Cage che è morto nel 1992) e dalle Edizioni Peters, editore del brano 4’33” (ovviamente 4’33” ha una partitura: è in 3 movimenti all’inizio dei quali è scritto “tacet”).
L’incontro si conclude con un accordo extra-guidiziale. Batt consegna un assegno a 6 cifre (in sterline) a Nicholas Riddle, managing director delle Edizioni Peters e aggiunge il nome di Cage come co-autore di “One minute of silence”, dichiarando “Faccio questo gesto come segno di rispetto verso John Cage” 8) . Riddle intasca l’assegno e afferma “Noi intendiamo difendere la proprietà di Mr. Cage e il concetto di brano silenzioso è una idea importante sulla quale c’è un copyright” :lol:.

Molto interessante. In effetti, Riddle ha dalla sua almeno un precedente: il quadro bianco, non dipinto, il “White Painting” di Rauschenberg è protetto e chiunque lo rifaccia può essere accusato di plagio.
D’altra parte il silent piece è, appunto, un concetto. Il contenuto del silent piece è l’insieme dei suoni che si sentono mentre il musicista non suona.
Ma se, in musica, si possono brevettare i concetti, allora è la fine. Per esempio, i cluster (accordo formato da note vicine, tipicamente 2e minori come do, do#, re, re#, mi) cominciano ad apparire timidamente in musica nel primo ‘900 (Debussy, Bartok, Ornstein, Ives), ma il primo che ne fa un uso esteso e consapevole è Henry Cowell in “The Tides of Manaunaun” (1917; non 1912 come è spesso riportato).
Di conseguenza, Cowell avrebbe potuto porre un copyright sul cluster. 3/4 della musica del ‘900 cancellata.
Schoenberg avrebbe messo un copyright sulla dodecafonia. Messiaen avrebbe potuto chiedere i diritti sui modi a trasposizione limitata, Boulez sul serialismo integrale, Debussy sulla scala esatonale e Stockhausen sull’universo in musica. Per non parlare della musica pop: causa interminabile fra Deep Purple e Led Zeppelin su chi abbia inventato l’hard rock.
Per inciso, questo è esattamente quello che sta succedendo negli USA con i brevetti sul software, che finora l’Europa è riuscita a negare.

Ma la gente… (2)

Prendete un software per il P2P (questa prova è stata fatta con eMule). Cercate John Cage, selezionando il tipo di file = audio. Poi ordinate i risultati in base alla disponibilità di sorgenti (cioè alla quantità di utenti che l’hanno messo in condivisione).
Scoprirete che il file audio di Cage più scambiato in rete è 4’33”.
Sì! Fra i pezzi di Cage, quello più ascoltato in rete è proprio la composizione silenziosa, nella versione per piano.
Ma la gente…

Rapporto 2005 Economia della musica italiana

I dati seguenti sono tratti dal Rapporto 2005 Economia della musica italiana del Centro Ask (Art & science for knowledge) dell’Università Bocconi, realizzato con la collaborazione di Dismamusica (Associazione distribuzione industria strumenti musicali e artigianato), Fem (Federazione editori musicali) e Scf (Società consortile fonografici). Sito di riferimento. Rapporto in pdf.
Il sistema musicale italiano ha fatturato, lo scorso anno, 2,284 miliardi di euro, con una crescita del 4,35% rispetto al 2003. Il sistema nel suo complesso non è perciò in crisi, anche se il saldo finale è il risultato di movimenti disomogenei dei diversi settori, con il più esposto, la discografia, in controtendenza. I dati di sell-in evidenziano vendite di musica su supporto fisico per 527,1 milioni di euro, con un calo del 5,57%.
La distribuzione digitale, con la progressiva sostituzione dei siti peer-to-peer con servizi gestiti o approvati dalle case discografiche, passando dagli 89,6 milioni del 2003 ai 141 del 2005 (+57,3%), controbilancia in parte il calo di vendita dei supporti fisici e, sommato alla buona salute degli eventi dal vivo, contribuisce alla crescita del consumo finale di musica a 1,046 miliardi di euro (+13,7%).
Una comparazione internazionale, focalizzata sul settore discografico, conferma la relativa marginalità del mercato italiano, ottavo al mondo ma con valori quasi sei volte inferiori a quello britannico (primo in Europa), otto volte più piccolo di quello giapponese e 1/20 di quello americano. L’Italia registra un consumo medio di soli 0,7 album per abitante, contro i 4,3 del Regno Unito, i 2,7 degli Stati Uniti o l’1.7 della Spagna.

A questo mercato la musica classica contribuisce solo per il 4% nel nostro paese. D’altra parte la classica è ovunque un genere residuale che va da un minimo inferiore all’1% (Svizzera, Svezia, Giappone), fino a un massimo dell’11% (Austria, unico paese che supera il 10%). Notare che la Spagna è al 7%, più di UK, Canada, Germania, Belgio (6%), Olanda e Francia (5%). I dati non comprendono Russia, Cina e Asia (a parte il Giappone).

Da notare che, mentre il fatturato delle scuole di musica private aumenta del 7.4%, quello dei conservatori (scuola pubblica) cresce solo del 4.8%.

Varèse on YouTube

Credo che Edgar Varèse sia uno dei compositori del ‘900 storico più sottovalutati (almeno rispetto alla sua grandezza) e meno studiati (anche perché è di non facile analisi).
Eccovi Offrandes (1921), per soprano e orchestra da camera.
Sarah Leonard, soprano ASKO Ensemble, Riccardo Chailly (1996)
Offrandes è un insieme di due poesie di Vicente Huidobro e José Juan Tablada. Questo è il testo di Huidobro (in francese):

From YouTube, a piece by Edgar Varèse: Offrandes (1921), for soprano and chamber orchestra. Sarah Leonard, soprano ASKO Ensemble, Riccardo Chailly (1996)
Texts by Vicente Huidobro and José Juan Tablada. Here is the original text by Huidobro (in french):

La Seine dort sous l’ombre de ses ponts.
Je vois tourner la terre
Et je sonne mon clairon
Vers toutes les mers.

Sur le chemin de ton parfum
Toutes les abeilles et les paroles s’en vont.
Reine de l’Aube des Pôles,
Rose des Vents que fane l’Automne!
Dans ma tête un oiseau chante toute l’année.

Questa è la mia traduzione. Perdonate l’inadeguatezza.

La Senna dorme all’ombra dei suoi ponti.
Vedo girare la terra
e suono la mia tromba
verso tutti i mari.
Sulla scia del tuo profumo
vanno tutte le api e le parole.
Regina dell’Alba dei Poli,
Rosa dei Venti che appassisce l’Autunno!
Nella mia testa un uccello canta tutto l’anno.

Beatles analizzati

The Beatles

Nel 1989 il musicologo americano Alan W. Pollack ha iniziato la sua analisi delle canzoni dei Beatles, pubblicando i risultati in internet.
Nel 1991, dopo aver terminato le prime 28 canzoni, ha deciso, coraggiosamente, di continuare. 10 anni dopo, nel 2000, ha completato l’analisi dell’intero corpus ufficiale delle canzoni dei Beatles che consiste di 187 pezzi e 25 cover. Ora la rivista soundscapes.info ha riorganizzato il grande lavoro di Pollack e creato degli indici (alfabetico, cronologico e canonico). Il tutto è liberamente consultabile in rete qui.
Il lavoro è notevole. Per ogni canzone Pollack esamina la struttura generale del pezzo soffermandosi poi su stile, forma, melodia, armonia e arrangiamento. Segue poi una analisi dettagliata sezione per sezione. Una risorsa imperdibile per un cultore di popular music.

Click for Golden Slumbers

100 anni di Šostakovič

ŠostakovičSpero che qualcuno si ricordi che il 2006, oltre all’ennesimo anno mozartiano, è anche il centenario della nascita di Dmitrij Šostakovič (anche noto come Shostakovich o Schostakowitsch, in cirillico Дмитрий Дмитриевич Шостакович, San Pietroburgo, 25 settembre 1906 – Mosca, 1975).
Qui all’International Music Score Library Project, potete scaricare parecchie sue partiture.
Ne riparleremo in settembre. Per ora ascoltate, dai 24 Preludi e Fughe, op. 87 (da non confondersi con l’omonima op. 34), il Num. 1 in Do maggiore, con la fuga sui soli tasti bianchi.

La RIAA vi lascia vivere se siete morti

Come riferisce The Wired Campus, la RIAA (l’associazione americana dei discografici, la cui mission, ormai, è perseguire legalmente chiunque scarichi MP3 illegali dentro e fuori gli USA) ha lasciato cadere la causa contro Larry Scantlebury, recentemente deceduto, invece di continuarla, rivalendosi su moglie e figli, come avrebbe avuto il diritto di fare.
La stessa RIAA ha sottolineato la propria “grande sensibilità” in questo particolare caso, ma il blog Boing Boing ha fatto notare come, subito dopo la morte del sig. Scantlebury, la RIAA aveva concesso alla famiglia solo una sospensione della causa per 60 giorni e la sua abbondanza di sensibilità si sia materializzata solo dopo che il caso era finito su molti giornali e blog (più di 20.000 reference per Scantlebury RIAA su Google).

According to The Wired Campus, the RIAA, (Recording Industry Association of America) has dropped plans to pursue an antipiracy lawsuit against Larry Scantlebury, a defendant who recently passed away, by deposing his children.
A RIAA spokesperson, Jonathan Lamy, emphasized the RIAA “abundance of sensitivity” in dropping this particular case, but Boing Boing, one of its fiercest critics, remarks that the RIAA had only given 60 days to grieve before the RIAA went on to depose the dead man’s children in a renewed suit against his estate and this “abundance of sensitivity” only materialized within 24 hours of this story hitting several large news outlets and blogs (more than 20.000 references for Scantlebury RIAA found on Google).

Seattle Improv Meeting

Il Seattle Improv Meeting è un gruppo che si dedica all’esplorazione dell’improvvisazione strutturata. Utilizzando vari tipi di partiture non convenzionali (grafiche, verbali, testuali, disegni che scorrono in Flash, etc) il gruppo sperimenta il confine fra composizione e improvvisazione. Uno dei loro principali interessi è l’interpretazione del Treatise di Cornelius Cardew (ne abbiamo già parlato su questo blog) che è attualmente in corso al ritmo di 4-6 pagine per session (dato che in questa partura manca una esplicita scala del tempo, il Treatise può anche essere eseguito in parti, al limite una sola pagina per volta).
Sul sito si trova anche una guida al Treatise con vari materiali e link.

Dead Elvis

Elvis
Ieri, 16 agosto, erano 29 anni dalla morte di Elvis Presley (1977, l’anno prossimo sarà il trentennale, preparatevi).
La fama di Elvis non accenna a diminuire. “The Pelvis”, che da morto è molto più comodo che da vivo, fattura attualmente più di 30 milioni di dollari l’anno fra diritti d’autore e di sfruttamento dell’immagine, tanto che le major del disco hanno già in mente di proporre, anche per l’Unione Europea, una estensione del periodo di tutela dei produttori discografici, sulla scorta del “Sonny Bono Copyright Term Extension Act”, con il quale gli Stati Uniti hanno portato tale termine a 95 anni dalla data di registrazione (con grande soddisfazione della Walt Disney, che ha così scongiurato il pericolo di veder liberamente utilizzata l’immagine di Topolino).
La fama di Elvis, però, supera anche quella di Topolino. C’è, per esempio, un libro intitolato “Dead Elvis: A Chronicle of a Cultural Obsession” che raccoglie tutti gli avvistamenti di Elvis dopo la sua morte (nessuno, invece, sostiene di aver visto Topolino 😛 ).
Nel 1993, il compositore americano Michael Daugherty ha scritto un brano, il cui titolo è ancora “Dead Elvis”, in cui il fagotto solista impersona Elvis Presley e dove si racconta la storia di una rock&roll star che vende la propria anima a Hollywood in cambio della fama, in uno scenario faustiano che cita, anche nella formazione, l’Histoire du Soldat in cui un soldato vende il suo violino e la sua anima al diavolo per un libro magico (note di programma qui).
Questo pezzo è forse uno di quei collage post-modern contro cui si scaglia Boulez (vedi post precedente).

Boulez sulla tradizione

Renewable Music riporta una bella citazione in cui Boulez paragona la tradizione al telefono senza fili

C’è un gioco che facevamo da bambini. Ci si siede intorno a un tavolo, il primo sussurra una frase all’orecchio del proprio vicino “Ho il fazzoletto in tasca”.
La frase passa da orecchio a orecchio, sempre più veloce, e come diventa alla fine? “Il gatto mangia la cioccolata”.
Ecco. Questa è la tradizione – spesso solo l’eredità di manierismi. Qualcuno imita gesti senza capire il loro spirito.
[trad. mia]

Trovo questo paragone molto bello e centrato. Rende conto anche della distanza.
D’altronde Boulez non è mai stato tenero con i recuperi di qualsiasi tipo. Leggete questa intervista a Repubblica datata 2000:

Maestro Boulez, come vede la musica del nostro tempo?
“In uno stato di regressione, pigrizia e mancanza di coraggio. Per paura del presente ci si rifugia in brutte copie del passato, ovvero il cosiddetto post-modernismo, esecrabile. Negli anni ’50, dopo la guerra, quando non c’era più niente da perdere, la guerra aveva già azzerato tutto, si era più intrepidi, non si temevano sperimentazioni radicali. Ora si è ossessionati dalla conservazione. Nelle arti, e nella società in generale, si teme la perdita d’identità: in quella gran miscela che è diventato il mondo si ha come il terrore di annullarsi dentro una massa ibrida e confusa, senza più profili e caratteri. Perciò ci si difende tuffandosi nella propria cultura e nel passato. Col risultato di due tendenze: la mania dell’ autenticità e della filologia, vedi il revival di Bach e del barocco mitizzato come epoca d’oro; e il mito della caricatura, ovvero rifare, naturalmente meno bene, cose immaginate cento anni fa o di più. Accade ovunque, nella musica come in architettura, coi vari orripilanti neoellenismi… Spaventosi come il post- moderno in musica”.

 

Crede nelle contaminazioni con la musica pop?
“No! Trovo il pop alienante e opprimente. Apprezzo la vitalità dei suoi interpreti, ma è un’energia che potrebbe essere indirizzata verso obiettivi più interessanti. E’ una musica fatta di cliché che cambiano, come la moda. Mi fa pensare a un certo modo di mettere il berretto: un anno con la visiera davanti, l’ anno dopo di lato, e ora tutti la portano indietro… Il pop è dominato da superficialità e imitazione. L’unico che mi ha interessato è stato Frank Zappa, curioso, avventuroso, radicale. Apparizione eccezionale in quel contesto”.

 

Lei fu un pioniere nel campo dell’informatica musicale. I risultati attuali sono pari alle sue aspettative?
“Lo sviluppo è interessante ma ancora molto deve accadere. Se un tempo si temeva che la tecnica soffocasse l’interprete, oggi ci si rende conto che è salvaguardato. L’elettronica non domina: è funzionale. E’ una possibilità fantastica di estensione del mondo strumentale. Non indispensabile: si può benissimo scrivere ancora solo per strumenti. Ma per un universo musicale può fungere da arricchimento formidabile”.

Il pensiero di Boulez sulla tradizione è ulteriormente chiarito in questo frammento tratto da una intervista al Telegraph:

No, non credo nella tradizione. Io credo nella storia. Le lezioni che ricavi dalla storia sono le tue proprie lezioni, tu stai insegnando a te stesso. La tradizione è semplicemente il manierismo di gente che è venuta prima di te. La tradizione è passiva, la storia è attiva.

Sospeso in una bolla immobile

Sospeso nella bolla immobile del ferragosto in una città che sembra totalmente ferma. Dondolante su un’amaca in un quartiere deserto, questa mi sembra la musica adatta. È una mia composizione del 1980 pensata come arredamento per un appartamento vuoto.
Io suono al piano brevissime frasi diatoniche (da 1 a 6 note) generate da un processo casuale, ogni frase per una sola volta. Un eco di 6 secondi le ripete e le fonde costruendo forma, ritmo, tensioni, risoluzioni, eventualmente emozioni.

Mauro Graziani – Morning Grill (1980) – for piano and delay

Un disastro per i musicisti

Non so quanti se ne siano resi conto, ma gli sventati attentati di Londra e la conseguente probizione di portare bagagli a mano stanno producendo una situazione disastrosa per i musicisti.
Gli strumentisti, infatti, sono abituati a portare come bagaglio a mano i propri strumenti, che spesso hanno un valore notevole e non sono coperti dall’assicurazione se viaggiano nella stiva.
Il problema non è tanto quello degli addetti al caricamento del bagaglio, che notoriamente non sono delicati. A questo si potrebbe ovviare con una custodia blindata.
Il vero problema è la temperatura. La stiva degli aerei, infatti, non è riscaldata e uno strumento spesso antico si trova esposto a temperature che vanno dai -10 per i voli brevi a quota media fino ai -30 e oltre per i voli trascontinentali ad alta quota.
Gli effetti di una simile temperatura su strumenti antichi del valore di decine di migliaia di euro o più, sono sconosciuti, tanto che le compagnie di assicurazione, in genere, richiedono che lo strumento venga portato come bagaglio a mano.
I musicisti dell’Orchestra del Teatro Bolshoi, attualmente in tournée a Londra, per esempio, potrebbero essere costretti a raggiungere Parigi in treno e imbarcarsi da lì per Mosca se l’embargo sul bagaglio a mano non verrà tolto prima della data del loro ritorno, il 19/08. Gli strumenti, infatti, non sono di loro proprietà, ma appartengono al Museo di Stato Russo e essendo strumenti di valore, il contratto di affidamento prevede il trasporto in cabina, tanto che, per i violoncelli, il Bolshoi è solito acquistare biglietti supplementari. Ma ora anche questo non è più possibile.

Eruption Music

Volcan sonification

Apprendo ora da BBC News che alcuni scienziati italiani stanno cercando di trasformare in musica i sismogrammi dell’Etna al fine di poter meglio predire una eventuale eruzione.
La tecnica, nota come “data sonification” non è una novità. È stata usata più volte in passato per rendere più evidenti dei patterns sepolti in grandi masse di dati. Se, per esempio, si trasforma in suono l’andamento di un fenomeno ondulatorio, è molto più facile sentirne il ritmo, scoprire moduli che si ripetono, etc.
Ora, sempre secondo BBC News, gli studiosi dell’Università di Catania (in particolare il prof. Roberto Barbera e il suo team) stanno lavorando sugli infrasuoni emessi dal vulcano, altrimenti inaubili, trasformandoli in musica con un metodo messo a punto dal prof. Domenico Vicinanza dell’Istituto Italiano di Fisica Nucleare.
Il sistema, schematizzato in figura, campiona un’onda sismica e genera una serie di note interpretando il valore dell’asse y come altezza. Ignoro se il campionamento sia sincrono o meno (non ho molti dati), ma, a giudicare dall’immagine, ni. Quando l’onda procede quasi come una retta, le note sembrano piazzate a intervalli regolari, ma c’è una certa attenzione a particolari punti corrispondenti a picchi, flessi, cambiamenti di pendenza, eccetera. Sembra cioè tenere d’occhio i cambiamenti nel valore della derivata, che esprime la pendenza della curva.
Musicalmente il sistema è piuttosto banale, però bisogna ricordare che il suo scopo non è produrre una sinfonia né tantomeno scrivere musica, bensì evidenziare moduli melodici e/o ritmici e in questo senso l’applicazione è corretta.
Ricordo, invece, che, negli anni ’60, il compositore americano Gordon Mumma utilizzò proprio dei sismogrammi per comporre i suoi brani della serie Mograph. In questo caso, la conversione era finalizzata alla musica. Direttamente dal suo sito, ecco un estratto di Medium Size Mograph (1963) per pianoforte a 4 mani e elaborazione elettronica (esecutori Gordon Mumma e Robert Ashley).

UBU Web

UBU Web è un archivio indipendente dedicato alle varie avanguardie e alle tendenze artistiche meno convenzionali. Vi si trovano moltissimi materiali che vanno dai readings di poesia e letteratura, alla musica, all’arte contemporanea, al cinema sperimentale e molte altre testimonianze artistiche,
Tutti i materiali sono liberi per uso scolastico e non-commerciale.
La sezione audio, originariamente dedicata alla poesia sonora, si è allargata fino a comprendere anche molte composizioni musicali soprattutto del periodo Fluxus (anni 60-70).
Da qui, vi invito all’ascolto di due partiture grafiche degli anni ’60:

  • Morton Feldman – The King of Denmark (1964) nella realizzazione di Max Neuhaus, un brano molto delicato, tutto in ppp come tipico del Feldman di quegli anni (alzate un po’ il volume).
  • Cornelius Cardew – Treatise (1963-67) che può essere considerata come l’Everest delle partiture grafiche (193 pagine di numeri, forme e simboli la cui interpretazione è lasciata agli interpreti) eseguito dalla Scratch Orchestra al Cardew Memorial Concert nel 1982.

Le perversioni del copyright (1)

Le perversioni indotte dal copyright, nel modo forsennato in cui viene utilizzato attualmente, sono molte. Quella che segue è, a mio avviso, una delle più assurde.
Dunque, come qualcuno di voi sa, io insegno Informatica Musicale al Conservatorio di Trento.
Esiste un libro, “Henri Pousseur (a cura di), La Musica Elettronica, Feltrinelli 1976” considerato fondamentale per capire la storia e l’evoluzione della suddetta materia, tanto da essere incluso nel programma dei corsi di musica elettronica in quasi tutti i conservatori italiani.
Il problema è che il suddetto testo è da molti anni fuori catalogo. Per di più, trattandosi di una ponderosa raccolta di scritti molto tecnici di autori vari e quindi con bassi volumi di vendita, l’editore non sembra avere la minima intenzione di ristamparlo. Questo testo non è sostituibile perché contiene una serie di articoli degli anni ’50 e ’60 difficilmente trovabili anche nelle biblioteche, oppure consultabili solo in lingua originale, tuttavia fotocopiarlo è un reato.
Ore vedete l’assurdità della situazione?

  • Non è possibile acquistarlo per volontà dell’editore che non lo stampa più.
  • Il che significa che, per l’editore, questo testo non ha alcun interesse economico e che per gli autori non genera nessuna royalty.
  • Ne consegue che fotocopiandolo non si danneggia nessuno.
  • E in effetti, dato che non è possibile comprarlo, l’unico modo di procurarselo è fotocopiarlo
  • Ciò nonostante fotocopiarlo è un reato.

They shoot, he scores…

Non ho mai smesso di considerare i compositori di musica da film fra i principali responsabili del fatto che la musica contemporanea e elettronica, per il grande pubblico è associata a emozioni come suspence, orrore, ansia e simili.
Adesso perfino Ennio Morricone, intervistato dal Guardian, conferma questa tesi affermando, a proposito di Dario Argento,

“His films are full of blood, so contemporary electronic music works perfectly and the audience accepted the music as linked to those strong scenes.”

[trad mia: I suoi film sono pieni di sangue, per cui la musica elettronica contemporanea funziona benissimo e il pubblico ha accettato questa musica come collegata a quelle scene forti].

A parte queste considerazioni, Morricone mostra una corretta attitudine nei confronti delle major cinematografiche (leggi: Hollywood). Non si è mai trasferito a Hollywood e non ha mai imparato l’inglese.
“They said they would give me a villa, I told them I liked it in Italy, and there was no need to leave Rome because I only speak with the director about the score, not the studio.” [trad mia: Mi hanno detto che mi avrebbero dato una villa. Ho risposto che mi piace l’Italia e che non c’era nessun bisogno che io lasciassi Roma, tanto io parlo della partitura solo con il direttore, non con lo studio.]
È la grande lezione di Hemingway che suggeriva che il modo migliore per uno scrittore di fare affari con Hollywood era di incontrarsi con i produttori al confine della California e poi “tu gli butti il libro, loro ti buttano i soldi. Poi tu schizzi in macchina e guidi nella direzione opposta alla maggior velocità possibile” [cit. da CNN].

I 50 album che hanno cambiato la musica?

Per celebrare il cinquantenario della propria chart degli album più venduti, l’Observer Review pubblica una classifica dei “50 album che hanno cambiato la musica” con tanto di note esplicative. La segnalo solo come curiosità, perché, come tutte le iniziative di questo tipo, anche questa lascia il tempo che trova, ma può essere vista come qualcosa di cui discutere in spiaggia, o in qualsiasi altro posto, nell’ozio più totale.
Ovviamente, l’area musicale di cui si parla è il pop (inteso nel senso più generale possibile, nell’accezione di popular music). Non si arriva nemmeno al jazz, al massimo c’è Miles Davis.
In ogni caso, può essere uno stimolo per i più giovani per ascoltare qualcosa di “nuovo”.
Ai primi posti troviamo:

  1. The Velvet Underground and Nico (1967), l’album con la banana di Warhol in copertina.
  2. The Beatles – Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967)
  3. Kraftwerk – Trans-Europe Express (1977)

Steve Hubback

Steve Hubback si autodefinisce “Percussionist and Metal Sculptor”. Nato come batterista, dal 1990 Hubback costruisce strumenti per se stesso e per altri percussionisti.
Le sue creazioni, oltre ad avere un bel suono, sono anche esteticamente apprezzabili, tanto da essere utilizzate anche per installazioni in cui si fondono con la natura, come in questo live al No Noise Festival 2023.
Il suono è affascinante, come testimonia un esempio tratto da questa pagina in cui ne potete trovare molti altri.

Steve Hubback’s Site

8 idee per un iPod nano

In realtà l’idea è una sola: uccidere qualcuno.
Non c’è niente di strano. Alzi la mano chi, mentre cercava di parlare con qualcuno con addosso iPod e cuffiette, non ha pensato di strapparglielo e farglielo mangiare.
Ora la rivista letteraria McSweeney, divenuta ormai quasi leggendaria per aver ospitato scrittori come David Foster Wallace, Rick Moody, Jonathan Lethem, Zadie Smith, William Vollmann così come corrispondenze epistolari con Unabomber e reportage sul secessionismo hawaiano, ci delizia con un pezzo di Keving Fleming il cui titolo è tanto diretto quanto interessante: EIGHT WAYS TO KILL SOMEONE BY USING AN IPOD NANO, ACCORDING TO EX-MARINE BRAD COLLUM.
Wow! Finalmente un utilizzo costruttivo di quell’oggetto. In sintesi, i suggerimenti sono (NB: questa non è una traduzione, solo un riassunto commentato; i miei commenti sono tra parentesi e in italico):

  1. Spezzarlo a metà con le mani e usare una scheggia tagliente del vetro per tranciare la giugulare della vittima (semplice e diretto ma bisogna avere coraggio e poi tutto quel sangue…)
  2. Togliersi un calzino, metterci dentro l’iPod, roteare il calzino come una fionda e colpire il bersaglio sulla tempia (mmmm… c’è il forte rischio che non muoia, poi bisogna finire il lavoro)
  3. Usare la parte riflettente per sparare un raggio di sole negli occhi del pilota di un veicolo (se la macchina poi va giù dal viadotto o fa un frontale potrebbe essere il delitto perfetto, ma è maledettamente difficile da fare)
  4. Il cavo delle cuffiette può essere utilizzato per strangolare la vittima. Un ginocchio sulla schiena, aiuta (molto buono, ma bisogna essere dei duri)
  5. Scavate una fossa profonda circa 1.5 metri. Prendete un quindicina di pali di circa 5 cm di diametro e 1 m di lunghezza. Appuntiteli ben bene a una estremità e piantateli nella fossa, punta in su. Mascherate adeguatamente la fossa e posate nel mezzo l’iPod (buono; si vede che il consulente è un ex marine, chissà quanti commilitoni ha visto caderci in Vietnam)
  6. Aprite una bustina di the e mettete il contenuto in un piatto. Rompete la batteria al litio e cospargete il the con il veleno contenuto nella batteria. Asciugate il the al sole e rimettetelo nella bustina. Fate in modo che la vittima la usi (capolavoro! ma funziona?)
  7. Scaricate nell’iPod “We’ve Only Just Begun” dei Carpenters. Poi dite alla vittima che, se riesce ad ascoltarla in loop 100 volte, avrà l’iPod in regalo (conosco i Carpenters, ma non ricordo questa canzone; qualcuno mi illumini)
  8. Nascondete l’iPod in una ciotola di lutefisk (piatto tradizionale nordico fatto di stoccafisso e lisciva; sì, proprio lisciva; guardate qui). Poi portatelo all’annuale gara di divoratori di lutefisk in Madison, Minnesota (immaginifico, ma non può funzionare: se quelli digeriscono il lutefisk, digeriscono anche l’iPod)

Ve ne viene in mente qualcun altro?

Trovate l’originale qui.

Cominciate a preoccuparvi

Mi spiace dirvelo, ma è possibile, anzi probabile, che l’avvento del digitale nelle telecomunicazioni e nel multimedia equivalga a una ennesima fregata (leggi: limitazione dei diritti) per l’utente/consumatore.
Quello che segue è un esempio molto ma molto limitato rispetto a quello che si può fare e si sta già facendo.

Dunque, state guardando un film sulla vostra nuova TV ad alta definizione con schermo al plasma, quando parte l’inserto pubblicitario. Lanciando qualche maledizione ai pubblicitari e alle aziende che li pagano, annaspate alla ricerca del telecomando con l’idea di approfittarne per dare un’occhiate alle prove del gran premio di formula 1 sull’altro canale.
Impugnando l’oggetto del potere, premete un tasto… e il canale non cambia.
Inoltre, nella parte bassa dello schermo appare in sovraimpressione un messaggio il cui contenuto è, in sintesi, il seguente:
“Tranquilli, il vostro telecomando non è rotto. In base alla nuova politica di questa emittente, la funzione di zapping viene disabilitata durante gli spazi pubblicitari. Dovete capire che questa emittente vive solo grazie alla pubblicità e solo così sarà in grado di offrirvi nuovi e più entusiasmanti programmi. Il vostro telecomando riprenderà pienamente la propria funzionalità al termine dello spazio pubblicitario. Vi ringraziamo per la collaborazione”
Il bello è che la cosa non coinvolge solo chi sta guardando in diretta il programma. Il vostro amico che ha pensato bene di vedersi le prove del gran premio e registrare il film sul nuovo DVD recorder, non si salverà. Negli spazi pubblicitari, infatti, sarà disabilitata la funzione di avanti-veloce.

Non è fantasia e nemmeno pessimismo. È un nuovo brevetto Philips che sta facendo proseliti (vedi Punto Informatico).
Ora considerate che questo è un esempio molto limitato di quello che si sta facendo nel campo del controllo. Quello a cui si vuole arrivare è:

  • musica, film e altri contenuti multimediali blindati, non copiabili e possibilmente nemmeno prestabili (e questo è il DRM: digital rights management)
  • computer blindati mediante tecnologia TC (trusted computer) che possono consentire soltanto l’accesso o l’esecuzione di software specificamente autorizzato.

Cominciate a preoccuparvi un po’. Date un’occhiata a NO1984.

I’m sorry, but the digital revolution in telecommunication and multimedia is very likely to have a dangerous effect (i.e. right limitations) on users/consumers.
This is a simple and limited example:

Well, suppose you are looking to a movie on your new digital HD TV. The commercial starts and you search for the remote controller to switch to another channel.
You push the button… and the channel don’t change. Moreover, a message appears on the screen:
“Be cool, your controller is good, but following the new policy of this TV station, your remote controller is disabled during the commercials broadcasting. Please, consider that this TV station needs the commercials incomes to offer new and beautiful channels. Your controller will become fully functional after the commercials space. TYVM for your cooperation”
This thing is not limited to the people looking at the movie in real time. Even if you record the movie with your new DVD recorder you will be affected. The Fast Forward function will be disabled during the advertisement’s broadcasting.

It’s not science fiction and it’s not pessimist attitude. It’s a new Philips patent which prevents a user from changing the channel during commercials. According to Ars Technica, ABC is very interested in.
Now, consider that this is a little example of exploiting the digital technologies to control the users. It seem that the aim of the major is:

  • music, movies and multimedia contents completely blocked. No copy (even for personal use) and no loan between friends (this is the DRM)
  • computers totally under control by the so called Trusted Computing technologies. Only allowed software can run and only allowed (so called “safe“) platforms can go on line.

 

Mozart, il buon cristiano

Ultimamente nella chiesa cattolica Mozart va per la maggiore. È il compositore che Papa Ratzinger preferisce suonare al pianoforte (insieme a Bach), ma anche il cardinal Martini e perfino Hans Küng hanno confessato la loro passione per il genio di Salisburgo.
Di conseguenza, ecco che l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, teologo e allievo di Ratzinger, si preoccupa di far sapere al mondo che Mozart era un vero cristiano e che la sua affiliazione massonica era un atto di pura convenienza. In pratica, come scrive Socci, per Mozart affiliarsi alla Loggia significava entrare in un club pieno di potenti che potevano sostenere la sua attività e le sue languenti finanze familiari (cioè più o meno come ha fatto Berlusconi :mrgreen: ).
Dunque, capisco che il fatto che la massoneria fosse stata scomunicata ben due volte (da Clemente XII e Benedetto XIV) possa essere un problema, ma, dannazione, è mai possibile che costoro debbano giustificarsi di fronte al mondo e lanciarsi nell’ennesimo atto di revisionismo storico, solo perché al Papa piace suonare Mozart? Forse che il Papa deve informarsi sulla posizione religiosa di un compositore, prima di suonarlo? Ma il Papa non può ascoltare Wagner, se ne ha voglia?
E poi, come si permettono? Il cardinale Schönborn sarà anche un brillante teologo e un raffinato intellettuale, ma non mi risulta abbia pubblicato alcunché nel campo della musicologia e della storia della musica. Dell’affiliazione massonica di Mozart e delle sue musiche massoniche, invece, sono pieni i libri.
Da dove trae il cardinale Schönborn questa certezza? Lui dice che “Basta leggere l’ epistolario dell’artista per non avere dubbi sulla sua fede convinta”. Ma nell’epistolario di Mozart c’è tutto e di più. Fra l’altro anche degli ottimi esempi, sconsigliati ai bambini, di turpiloquio a sfondo sessuale 😳 , come questa lettera alla cuginetta che non sembra proprio una testimonianza di fede ( 😆 va bene, aveva 22 anni…).
Socci, che secondo me non avrebbe alcuna difficoltà nel sostenere anche che i maiali volano se lo dicessero le gerarchie ecclesiastiche, fa notare che le musiche massoniche sono state scritte per committenza. Ma, accidenti, anche la musica sacra di Mozart è stata scritta su commissione, con l’unica eccezione della grande messa in do minore che, infatti, è rimasta incompiuta.
Non ultimo, sostenendo che Mozart si iscrisse alla massoneria solo per convenienza, costoro gli danno anche, implicitamente, dell’ipocrita.
Io capisco che la chiesa cattolica tenti di appropriarsi di ciò che è bello, ma respingo questo tentativo. Socci afferma che “Mozart esprime il genio del cristianesimo”. Se è così, lo esprime anche in Don Giovanni e Così fan tutte. Ma in realtà, Mozart esprime il genio. E basta.
Insomma, guardando la biografia di Mozart, mi pare si possa dire che, oltre che genio musicale, sia stato libertino per quanto ha potuto, massone quando gli era utile e cristiano quando ne ha sentito il bisogno. Non proprio un esempio di buon cristiano. Un uomo.

Un cellulare a Bayreuth

Beautiful Bayreuth image

Ecco una immagine meravigliosamente wagneriana presa direttamente dal festival di Bayreuth.
Data la temperatura, mi sembra adatta.
Tranquilli, non ci sono andato. Viene da un lungo articolo del critico del New York Times, Anthony Tommasini, in cui finalmente si affronta la questione cruciale: come vestirsi al festival di Bayreuth?
Scherzi a parte 🙂 la parte più gustosa dell’articolo è il gossip. Per esempio:

  • nonostante il caldo umido, nel teatro non c’è l’aria condizionata, per timore che il rumore delle ventole possa contagiare l’acustica;
  • per segnalare la fine dei vari intervalli (ogni 60 min.) appare su una balconata un ottetto di ottoni che accenna il tema principale del prossimo atto; l’estratto è eseguito una volta a 15 min. dall’inizio, due volte a 10 min. e tre volte a 5 min.
  • tutto è regolato e super-puntuale: perfino i critici sono obbligati a ritirare i biglietti 60 min. prima dell’inizio.

Ma nemmeno Bayreuth si salva dai barbari. Alla fine del II° atto delle Valkirie, proprio quando Wotan sta per uccidere il perfido marito Hunding, un cellulare suona!!