La Musica dei Krhaangh, Pt. 1

Ci giunge questo contributo dal Dott. HakNam Auroma, esomusicologo affiliato all’Istituto di Esobiologia dello Spazio Profondo e attualmente distaccato sull’Enterprise. Volentieri pubblichiamo (in più parti perché è lungo e la traduzione è in corso).

I Krhaangh sono esseri chitinosi.
Questi individui insettiformi sono tenuti insieme da un esoscheletro con apposite superfici di risonanza. Non avendo alcun organo vibrante interno né alcuna possibilità di soffiare aria, i Krhaangh non sono in grado di produrre suoni continui. Tutto il loro universo sonoro è percussivo.
Naturalmente anche il loro linguaggio è formato da suoni percussivi. Come negli umani, infatti, lo stesso organo serve sia per il linguaggio che per la musica. Così, per capire le basi della musica dei Krhaangh, cominciamo con l’esaminare il loro linguaggio.

Le basi del linguaggio Krhaanergh

L’evoluzione agisce con principi simili in tutti i luoghi. Con il progredire della specie verso quella che chiamiamo intelligenza, si manifesta la necessità di una comunicazione via via sempre più complessa.
Nei Krhaangh, questa esigenza ha condotto allo sviluppo di cavità risonanti formate da una membrana chitinosa curva e di uno spazio sottostante perennemente riempito di aria.
Lo spessore della membrana non è costante, ma è più spesso verso i bordi e più sottile nella parte centrale. In tal modo, la sua percussione in diversi punti produce altezze diverse, più basse e sorde verso i bordi, più alte e vibranti al centro.
I Krhaangh percuotono tale membrana con le 3+3 dita ungulate con cui termina il secondo paio di braccia di cui sono dotati.
La cosa interessante è che, data la normale differenza di dimensioni fra i vari individui, anche le membrane risonanti sono di dimensioni diverse, il che significa che le altezze prodotte non sono le stesse per tutti gli individui. La cosa, in sé, non sorprende. Accade lo stesso anche negli esseri umani: generalmente la voce è più alta nelle femmine rispetto ai maschi e ancora più alta nei bambini.
Questo significa soltanto che, nella comunicazione degli esseri umani, l’altezza non è importante. Infatti possiamo dire una parola con voce bassa o in falsetto e la capiamo sempre.

La spiegazione è che, per noi, l’essenza della comprensione non è nelle altezze, ma nella successione di diversi suoni, cioè nelle differenze timbriche.
Ciò che è sorprendente, invece, è che, nei Krhaangh, l’essenza della comprensione sta proprio nelle altezze. Ma non nelle singole altezze, bensì nella loro successione, cioè nel profilo melodico.
Facciamo un esempio. Chiamiamo:
A un suono alto
M un suono di altezza media
B un suono basso
Ricordate che si tratta sempre di suoni percussivi di durata molto breve, come nel caso di un piccolo tamburo o di un tavolo di legno. La membrana chitinosa è piuttosto rigida.
Se ora produciamo la successione AMB, cioè alto – medio – basso, un po’ come una terzina a metronomo 80 (ma la velocità non è veramente importante), otteniamo la parola Krhaanergh che significa “io”, “me stesso”.
Se invece produciamo la successione ABM, alto – basso – medio, abbiamo l’espressione che significa “tu”.
Per la distinzione, non è importante quali note siano A, M e B, ma la loro successione: l’insieme nota iniziale – nota più bassa – ancora più bassa, significa “io” quali che siano le tre note, così come l’insieme nota iniziale – nota più bassa – nota più alta significa “tu” indipendentemente dalle note.
In effetti, parlando in termini un po’ più musicali, la parola “io” può essere codificata come “* – -” (asterisco meno meno) che significa “una nota qualsiasi, una più bassa, una ancora più bassa”. Nello stesso modo, “tu” si codifica “* – +”.
Di conseguenza, che suoniate Do4, Sol3, Do3 oppure Mi5, Fa#4, Fa3, un Krhaangh capirà sempre “io” perché per lui la cosa importante è l’andamento melodico (al massimo penserà che la vostra pronuncia è schifosa).
Tranne alcuni casi minori, la ripetizione di una altezza non esiste. In una singola parola, l’intervallo fra un suono e il successivo non è mai l’unisono; va sempre su o giù e i Krhaangh sono sensibili solo alla direzione dell’intervallo, non alla sua ampiezza.
Una frase Krhaanergh, quindi, è formata da una serie di gruppetti, ognuno dei quali è una parola, separati fra loro da una piccola pausa. L’aspetto ritmico e la velocità non sono importanti, a condizione che il “discorso” sia sufficientemente continuo e che i gruppetti siano chiaramente separati fra loro.

Dopo questo assaggio di grammatica Krhaanergh, ricordando che ogni gruppetto di percussioni è interpretato come una singola parola o un concetto, è importante capire quante siano le altezze utilizzate, per avere un’idea dell’estensione del loro dizionario.
Innanzitutto, l’entità minima è formata da 3 suoni. Le combinazioni di 2 suoni sono rare e vengono interpretate come delle interiezioni tipo ah, oh, beh o cose del genere (in realtà sono solo 2: * + e * -).
Fanno eccezione il segnale di assenso (sì: 2 suoni uguali, alti e veloci) e il diniego secco (no) che, pur essendo formato da 3 suoni bassi, è eseguito in modo così rapido da sembrare (a noi) un solo evento sonoro.
Collegato con l’assenso è anche un segnale singolo, alto, ripetuto più volte mentre l’interlocutore sta “parlando”, il cui significato è “capisco”, “ti seguo”, un po’ come quando noi emettiamo il caratteristico “mm mh” durante il discorso di un altra persona.
Questi sono gli unici casi di ripetizione della stessa altezza.

Finora, dall’analisi delle registrazioni da noi effettuate, il gruppetto più lungo risulta essere di 12 suoni, così come 12 è il massimo numero di altezze utilizzate (è il caso di una parola formata solo da intervalli ascendenti o discendenti). Notate che il numero 12 è coerente con il numero delle dita presenti negli arti usati per la comunicazione (3+3). In realtà siamo noi ad avere un numero di altezze strano rispetto alle nostre dita.
L’estensione di queste 12 altezze è di circa 2 ottave, cioè l’estensione che la membrana è in grado di produrre.
Dato che per i Krhaangh, l’unica cosa conta è la successione degli intervalli intesi solamente come ascendente o discendente, ne consegue che il loro dizionario è formato da 8188 parole di base (212+211+210+29+28+27+26+25+24+23).
Questo numero non è elevato, se confrontato al nostro dizionario di circa 300.000 parole, ma, a quanto ci risulta, i Krhaangh possono esprimere concetti complessi con l’accostamento di più parole (un po’ come cinesi e giapponesi riescono a esprimere tutte le sfumature linguistiche accostando alcuni dei loro 5000 ideogrammi).
Abbiamo anche notato, però, che l’estensione del vocabolario non è uniforme. Le classi sociali più basse fanno “discorsi” meno complessi. Non possiamo ancora dirlo con certezza, ma potrebbero utilizzare solo 11 suoni, disponendo così di sole 4092 parole base (le analisi sono ancora in corso). La cosa è coerente con il fatto che i piccoli accrescono gradualmente il numero di suoni utilizzati (come del resto fanno i nostri).
Il fatto che ci siano queste differenze, tuttavia, ci porta anche a chiederci se esistano individui che sono in grado di utilizzare gruppetti ancora più complessi. Attualmente, non abbiamo nessuna prova certa di aver contattato le massime intellighenzie di questa colonia, quindi non possiamo escludere che esista qualche individuo in grado di farlo.
In effetti, come vedremo, la loro musica raggiunge livelli di complessità anche superiori.

Semper Dowland

Una cosa interessante del Dowland Project è che, cercandolo su Google, il primo riferimento che si trova è All About Jazz e il secondo è ClassicsToday. È molto raro che questi due siti parlino dello stesso disco.
Dowland Project nasce da un’idea di John Potter, tenore, ex Hilliard Ensemble, quindi di estrazione dichiaratamente classica, che ha coinvolto Stephen Stubbs (chitarrone, chitarra barocca), Maya Homburger (violino barocco), John Surman (sax soprano, clarinetto basso) e Barry Guy (contrabbasso).
Classica batte jazz 3 a 2. Però bisogna ricordare che Barry Guy è poliedrico perché la sua esperienza musicale va dal jazz alla musica classica, fino all’improvvisazione estrema e John Surman è un grande sassofonista, capace anche lui di passare dal jazz alla musica improvvisata europea e alla musica elettronica.
La loro missione è quella di soffiare nuova vita nelle canzoni e nei madrigali del 17mo secolo riportandovi quel senso di improvvisazione e di freschezza che dovevano avere 400 anni fa.
E per far questo, iniziano, in epoca non sospetta (nel 1999), con un disco interamente dedicato a Dowland, “In Darkness Let Me Dwell”, pubblicato dai soliti “cagoni” (ma bravi) dell’ECM (ne esiste già un secondo, “Care-charming sleep”, dedicato a madrigalisti vari).

Niente da dire. Dal mio punto vista, è gran bello. L’inserimento dei fiati e del violino è stupendo. Potter canta proprio bene e anche gli altri non sono da meno.
L’unica cosa che mi lascia perplesso è la faccenda della nuova vita. Secondo me questa è una bellissima esecuzione quasi classica (o almeno classica nello spirito). Certamente riesce a riprodurre lo spirito con cui suonavano Dowland ai suoi tempi e poco dopo, però la sensazione che mi dà è sempre di ascoltare qualcosa di (meravigliosamente) antico.

Qui vi faccio ascoltare: Come Again, di cui vi metto anche il testo, e uno strumentale, Lachrimae Verae.

Come again,
sweet love doth now invite,
thy graces that refrain
to do me due delight.
To see, to hear,
to touch, to kiss,
to die with thee again
in sweetest sympathy
Come again,
that I may cease to mourn
through thy unkind disdain
for now left and forlorn.
I sit, I sigh,
I weep, I faint,
I die, in deadly pain
and endless misery
Gentle love,
draw forth thy wounding dart:
Thou canst not pierce her heart;
For I that do approve.
By sighs and tears
more hot than are
thy shafts, did tempt while she
for scanty tryumphs laughs