Caligraft

caligraft

Caligraft (2006) is a generative art work which consists of a series of interactive pieces exploring the limits of representation in typographies and texts.

Caligraft è un sito che gioca con le lettere che voi premete sulla tastiera.
Con una serie di applet interattivi, genera disegni che evolvono dinamicamente quando gli inviate caratteri.
La calligrafia è una delle cose che mi affascinano, ma che non ho tempo di fare.
Arte generativa.

Via Rhizome.org

Immagini con il fumo

smoke
Graham Jefferey of Sensitive Light takes miraculous photographs of smoke.
Jeffery says

“In my opinion, the key technical factor is to adequately light the smoke so that it stands out from the background.”
“I am not trying to create pictures of smoke; I am trying to create pictures by using smoke”.

Smoke gallery is here. (scroll down)

Graham Jefferey of Sensitive Light ha messo a punto un sistema per prendere queste bellissime immagini del fumo.
Secondo Graham, il trucco sta nell’illuminarlo adeguatamente e fa anche notare che il suo fine non è fotografare il fumo, ma creare belle immagini per mezzo del fumo.
Altre immagini qui.. (scroll down)

From Boing Boing

Marimba Spiritual

Minoru Miki – Marimba Spiritual (1983/84) for marimba and three percussionsists

Marimba: Li Xiaohong
Percussion: Kong Yuci, Wu Sihan, Zhang Weilun

Disgraziani!

disgraziani

Disgraziani fa parte dell’onda iconoclasta del 1982, quando improvvisavamo, Zoo Zorzi ed io, sezionando e distruggendo tutte le strutture melodico/armoniche che ci capitavano sottomano.
Nella presentazione in concerto, infatti, dicevo: “il brano inizia con dei bei suoni di chitarra con arco, che io elaboro facendoli diventare via via sempre più brutti, fino a quando assomigliano solo a disturbi radio”, esternando l’intenzionalità distruttiva.
Ovviamente, nel corso di questa azione altre strutture emergevano, si formavano e scomparivano. Qualcuna riusciva anche a farsi largo ed esistere, come accade per l’arpeggio finale (vedi schema tecnico nell’immagine sotto; partite dalla bolla verde e procedete in senso orario).
I nostri pezzi, quindi, erano pieni di spettri e di presagi, fantasmi di un passato o rovine su cui costruire qualcosa.

Questa registrazione è proprio quella della prima esecuzione che si è tenuta in una galleria d’arte, intorno al 10 Giugno del 1982 (anche questo per alcuni è un presagio).
Mi dà una strana sensazione pensare che, nel 2022, Disgraziani compirà 40 anni. Ascoltandolo adesso, lo trovo melodico. Come diceva Cage, tutto, prima o poi, è destinato a diventare melodico.

Il titolo è frutto della mente bacata di Zoo :). Le nostre prove erano costituite da improvvisazioni totali, senza alcun accordo preliminare, che venivano registrate. Poi, riascoltando, lui diceva “che pacco, questo” e io dicevo “allora lo suoniamo in concerto”. La nostra misura della validità dei brani era quanto potevano essere temibili per l’ascoltatore.
Poi chiedevo “come lo intitoliamo, questo?” e quella volta Zoo rispose

Disgraziani!, quello che ci dirà la gente…

Graziani/Zorzi – Disgraziani! (1982) – Free improvised music by Mauro Graziani synth, electronic devices, loop control & Roberto ‘Zoo’ Zorzi electric guitar, devices

Arte Informativa

trace
Le rappresentazioni della scienza spesso sfiorano l’arte.
Questa immagine tratta dal Washington Post, che potete vedere ingrandita qui, è stata realizzata dal Professor Barbara Block della Stanford’s Hopkins Marine Station per tracciare gli spostamenti di varie creature marine e alcune specie di uccelli attraverso il pacifico.
Trovo che sia un bellissimo esempio, per quanto artisticamente ingenuo, di arte informativa. Una categoria che forse non esiste, ma che dovrebbe esistere. Un’arte che, pur producendo anche qualcosa di bello da vedere, ci dia delle informazioni su quanto accade sul pianeta.
È così difficile piazzare nelle grandi città degli schermi che si aggiornano in tenpo reale e rappresentano, con forme e colori, una serie di dati che impattano sulla nostra realtà quotidiana o futura?
Cosa ne dite di una mappa delle temperature rilevate in tutti gli aeroporti del mondo (i dati sono già su internet, aggiornati ogni 6 ore circa) con la possibilità di veder scorrere gli ultimi 10 o più anni in un minuto? Forse così il riscaldamento globale sarebbe percepito da tutti.
E una immagine dell’andamento della borsa un po’ meno squallida di quella serie di numeri che scorre a Wall Street? E il procedere delle spese governative suddiviso per comparti per cui tutti, passando di lì, possano vedere in che proporzioni il governo distribuisce le nostre tasse?
Ma anche cose meno drammatiche, come la migrazione delle balene nel pacifico o il fiorire dei ciliegi in giappone…

Siamo ostaggi

Questo post prende le mosse da un fatto.
The Pirate Bay annuncia: “Era solo una questione di tempo, e infatti eccoli qui! Ieri l’utente Lyzz ha fatto la storia pubblicando il primo film HD DVD” (fonte Punto Informatico).
Circa un mese fa, un programmatore che si fa chiamare Muslix64 ha infatti annunciato di essere riuscito ad aggirare l’Advanced Access Content System (AACS), il nuovo sistema di protezione adottato dai formati DVD di nuova generazione Blu-ray e HD DVD.
Ora troviamo i primi HD DVD (file da oltre 20 Gb) su Bit Torrent. Il tutto fa presagire l’ennesima guerra major contro utenti, ma il blog Bored With Everything fa questa considerazione (prontamente tradotta da Punto Informatico): “Cos’è che traina la tecnologia più di qualsiasi altra cosa? La pirateria. Con la possibilità di visualizzare i file con molti diversi software DVD, questo è un grosso balzo per HD DVD, anche se loro (i produttori di tecnologia, ndr.) non lo dichiareranno pubblicamente. Il prossimo passo saranno masterizzatori HD DVD a buon prezzo, e così la guerra dei formati avrà fine”.

E così arriviamo al punto di cui personalmente sono convinto da anni. Tutto questo dibattito copyright/copyleft è importante, ma in realtà la guerra che si sta combattendo oggi è un’altra in cui noi non siamo protagonisti, ma ostaggi. È una guerra industriale e commerciale in cui noi siamo il territorio da conquistare.
Prendiamo, per esempio, la famosa faccenda del file sharing. Sembra essere una questione fra le major e gli utenti, ma non è così.
In realtà, da una parte ci sono le major che vendono musica e film, ma dall’altra ci sono le telco (compagnie di telecomunicazione) che vendono connessioni internet.

  • E secondo voi, quante connessioni via fibra si venderebbero a circa € 20 al mese se non ci fosse qualcosa da scaricare gratis?
  • Quanti comprerebbero connessioni via fibra solo per leggere la posta e surfare un po’?
  • E quanti la comprerebbero per poi spendere altri soldi per comprare contenuti e oggetti vari?
  • E quanti lettori DVD si sarebbero venduti per metterci dentro solo materiale regolarmente acquistato o noleggiato?
  • E quanti iPod?
  • Sapete che una ricerca ha mostrato che solo il 17% della musica caricata su iPod è stata regolarmente acquistata? (fonte BBC)
  • E ancora, chi avrebbe in casa un masterizzatore solo per fare il backup dei dati?

Il tutto assomiglia molto alla guerra fra major e produttori di registratori di un po’ di anni or sono.
E poi, considerando che il porno costituisce di gran lunga la maggior parte di ciò che viene scambiato in rete, vi siete mai chiesti perché i produttori di porno non protestino mai per le copie? Solo perché il loro prodotto è moralmente discutibile? (ma lo è?). Non scherziamo. Il fatto è che loro sanno che più gira, più si vende.
La guerra vera, quindi, è fra i produttori di contenuti da una parte e i costruttori di hardware e le telco dall’altra. Noi siamo ostaggi.

Liu Lianren

Il 3 settembre 2006, nella città di Gaomi (provincia cinese dello Shandong) è stato completato e aperto al pubblico il museo in commemorazione di Liu Lianren, che così è diventato l’unico lavoratore cinese ad avere un museo in Cina e un monumento in Giappone in sua commemorazione.

La storia di Lianren ha avuto un esito analogo a quella di Onoda. Durante la guerra, nel 1944, Lianren fu rapito dalla sua casa nello Shandong, in Cina e deportato in un campo di lavoro: una miniera della Meiji Mining in Hokkaido, l’isola più a nord dell’arcipelago giapponese.
Nell’aprile 1945, 4 mesi prima della fine della guerra, Liu riuscì a fuggire e si nascose sulle montagne dell’isola. L’Hokkaido è freddo. D’inverno nevica sempre, ma Liu, ignorando che la guerra era finita, rimase nascosto per 13 anni, fino al 1958, quando fu avvistato e recuperato.
La cosa tragica è che le autorità giapponesi non credettero alla sua storia e lo trattarono come un immigrato clandestino, arrestandolo. Ci vollero vari mesi per riconoscere la verità della sua storia e identificarlo, anche perché, secondo il governo giapponese, tutti i documenti relativi alle deportazioni erano andati distrutti.
Liu Lianren potè così ritornare a casa e incontrate il figlio nato pochi mesi dopo la sua deportazione e ormai 14enne, ma morì a 87 anni, nel 2000, senza vedere una lira di risarcimento. La causa contro il governo giapponese si concluse solo nel 2001 con un assegno di circa $180.000.

La Madonna è Angelina Jolie

Secondo l’artista neo-rinascimentale Kate Kretz, la madonna ha il viso (e non solo) di Angelina Jolie.
Il quadro in olio e acrilico su lino, è di grandi dimensioni (223 x 152) e si intitola “Blessed Art Thou” (“Sia benedetta tu…”, tratta dall’Ave Maria).
Sul suo blog, Kate afferma che

Angelina Jolie was chosen as the subject because of her unavoidable presence in the media, the world-wide anticipation of her child, her “unattainable” beauty and the good that she is doing in the world through her example, which adds another layer to the already complicated questions surrounding her status.
The “Virgin” and Zahara figures are loosely based on a Van Dyck Virgin painting, and the Maddox figure’s pose is borrowed from a Raphael painting.

L’opera è stata esposta allo stand della Chelsea Galleria alla fiera dell’arte di Miami e ha una quotazione di $50.000.
Ecco un ingrandimento.

Musica Classica +22%

Nielsen SoundScan, il sistema leader di monitoraggio dell’industria musicale, ha pubblicato l’elaborazione dei dati per il 2006 da cui risulta che, negli USA

  • la vendita al dettaglio di album (include CD, CS, LP, Digital Albums) cala del 4.9%, ma
  • la vendita di CD via internet (non mp3, veri CD acquistati via e-commerce) cresce del 19%
  • la vendita di brani singoli in formato digitale (mp3 e simili) cresce del 65%
  • la vendita di interi album in formato digitale (sempre mp3 e simili) cresce del 101%
  • il mercato globale della musica registrata (Albums, Singles, Music Video, Digital Tracks) cresce del 19.4% e supera decisamente il miliardo di pezzi (1.198 milioni).

Con ciò l’industria musicale dovrebbe smetterla di rompere e constatare che, nonostante il P2P e le copie, le vendite crescono e se qualcuno non vende, è solo per la propria insipienza e/o incapacità di adeguarsi ai cambiamenti del mercato. Non a caso, infatti, buona parte di questa crescita è dovuta a iTunes di cui le major incamerano solo una parte del fatturato.
Ma la notizia più interessante dal mio punto di vista, arriva quando si guarda la suddivisione per generi (i commenti, ovviamente, sono solo opinioni personali):

  • la new-age perde il 22.7% (era ora)
  • il rhythm&blues perde il 18.4% (idem)
  • il rap cala del 20.7% (idem, non capisco che gusto ci sia ad ascoltare uno che parla a tempo)
  • l’alternative perde il 9.2% (e un po’ mi dispiace)
  • il jazz perde l’8.3%
  • il metal cala del 4.5%
  • il country resta quasi stabile (-0.5%)
  • il rock è quello che vende più di tutti (non c’è percentuale perché nel 2005 non era considerato come genere, chissà come mai)
  • crescono il gospel (1.3%, disastro) e il latin (5.2%, disastro totale, non lo sopporto)
  • le colonne sonore crescono del 19%
  • la musica classica cresce addirittura del 22.5%

Secondo Long Tail (commentatore del business), la crescita della classica si spiega con il fatto che la sua disponibilità su iTunes è notevole. È una delle categorie con il maggior numero di titoli, mentre nella maggior parte dei negozi è stata sempre trattata da schifo, relegata nell’angolo o in una stanza a parte.
Adesso, invece, la gente la vede, prova ad ascoltare qualcosa, si rende conto che è bello e dato anche il prezzo basso (0.99 come tutte le tracks), lo compra. Magari così compra un solo tempo di una sonata, ma almeno comincia.

-46°

yakutsk
Oggi a Yakutsk va bene. La temperatura è -38° (38° sotto zero), ma qualche giorno fa era -46°.
Yakutsk ( o Jakutsk, in russo Яку́тск), capitale della ex-Yakutia (sì esiste, non è una invenzione di Risiko, ma oggi si chiama Sakha), è il luogo più freddo dell’emisfero nord.
Pur essendo alla moderata latitudine di 62.5°N e a 450 Km dal circolo polare artico, questa ridente cittadina (ca. 210.000 ab.) è più fredda del polo perché si trova nel bel mezzo della Siberia, lontana dal mare.
Qui molte cose strane gelano. Gela, per esempio, il vapore acqueo sospeso nell’aria che, se non c’è vento, forma una densa nebbia e quando ci camminate attraverso, dietro di voi si forma un tunnel perfettamente visibile, tanto che i bambini, al mattino, andando a scuola, giocano a indovinare chi è passato di lì (qui è passata la nostra compagna cicciona e qui quell’insegnante altissimo…).
A queste temperature, l’acqua contenuta nella pelle si raffredda molto rapidamente e qualsiasi parte di epidermide non coperta, dopo poco tempo, fa male (almeno al sottoscritto; gli indigeni sono più corazzati).
Però la città è carina. Attraversata dal fiume Lena (uno dei grandi fiumi siberiani), ha una cattedrale suggestiva, 15 musei (parecchi sulla cultura popolare, il museo dei mammuth e uno con i più bei diamanti scavati in Siberia, accessibile solo a gruppi di 4 persone alla volta per ragioni di sicurezza), l’istituto di ricerca sul permafrost che vi fare un bel giro sottoterra e parecchi hotels.
L’estate, invece, la temperatura supera i 20° facendo di Yakutsk il luogo con la maggiore escursione termica sulla terra. Ma allora è solo una cittadina siberiana come tante altre.
Quindi andateci, ma se lo fate, andateci d’inverno.

No Surrender!

Onoda

Chissà quale strana connessione mentale mi fa passare dalle micronazioni ai soldati giapponesi convinti che la guerra non sia mai finita (io scrivo questi post tutti insieme, poi dico a wordpress quando pubblicarli).
Comunque questo è quanto.

I casi dei soldati giapponesi perduti, rimasti in assetto di guerra per molti anni dopo la fine del conflitto sono parecchi.
Andando più o meno in ordine e limitandoci ai casi più famosi, cominciamo da Peleliu.
La battaglia di Peleliu fu, insieme a Tarawa e Iwo Jima, una delle più sanguinose della guerra del pacifico. Gli americani persero 9800 uomini e i giapponesi 13000. Soltanto 300 giapponesi si arresero e furono presi prigionieri.
Una trentina, al comando del tenente Tadamichi Yamaguchi, si nascosero in alcune caverne e vi rimasero fino al 1947, quando furono scoperti. Uno di loro venne catturato.
Per convincere gli altri a uscire senza combattere, gli americani portarono sull’isola l’ammiraglio Michio Sumikawa che parlò ai soldati con un megafono. Nessuna risposta.
Soltanto dopo l’intervento del loro compagno prigioniero, che portò loro giornali e lettere dei familiari, i giapponesi uscirono arrendendosi a 80 marines, mentre il tenente Yamaguchi consegnava la sua spada all’ufficiale americano in comando. Era il 21 aprile 1947.
Anche a Guadalcanal non meno di 100 soldati giapponesi continuarono a combattere, suddivisi in piccoli gruppi, fino all’autunno del 1947. Il 27 ottobre di quell’anno, l’ultimo combattente nipponico si arrese ai militari australiani. Aveva con sé una baionetta rotta, una vanga e una bottiglia d’acqua.
Nel 1948 finalmente si arrese un gruppo di 10/20000 (sì, 20000) soldati rimasti isolati nelle montagne della Manciuria e solo nel 1951, un gruppetto di giapponesi rintanato nell’isola di Anatahan, si convinse che la guerra era terminata. Il punto è che le operazioni per convincerli continuavano dal 1945 (6 anni).
Un altro fu trovato nel 1953 a Tinian e uno nel 1965 nell’isoletta di Vella Lavella, parte delle Isole Salomone. Fu necessario l’intervento dell’ambasciatore giapponese per convincerlo.
I “ritrovamenti” continuarono per tutto il ‘900. I casi più famosi sono quelli di Teruo Nakamura che si arrese nel 1973 sull’isola di Morotai e di Hiroo Onoda (nella foto), nel 1974 sull’isola di Lubang, nelle Filippine.
Quest’ultimo fu un caso particolarmente difficile. Nonostante l’esercito filippino gli consegnasse giornali, lettere, una radio e a dispetto anche dell’intervento del proprio fratello, Onoda non volle credere che la guerra fosse finita. Chi lo tirò fuori fu Norio Suzuki, uno studente, un dropout che vagava per le isole, che divenne suo amico e a cui confidò di essere tuttora in attesa di ordini. Suzuki allora contattò il maggiore Taniguchi, ex-comandante di Onoda, che gli inviò l’ordine di resa. Solo allora Hiroo Onoda uscì dalla giungla consegnando il suo fucile in perfetta efficienza, 500 pallottole e varie bombe a mano, con il saluto immortalato dalla foto. Tutto questo 29 anni dopo la fine della guerra e 15 anni dopo essere stato dichiarato morto.
In fondo era semplice: bastava dargli quello che aspettava per uscirne con onore. In Giappone divenne famoso e scrisse un libro intitolato, appunto, No Surrender.

Qui, un sito sui soldati giapponesi perduti.

Micronazioni

sealand
In breve, la notizia (segnalata da Nicola) è questa;
il gruppo svedese anti-copyright The Pirate Bay sta raccogliendo fondi per acquistare una micronazione e piazzarci un server per distribuire contenuti sfuggendo alle leggi sul copyright grazie all’extra territorialità.
La storia è simpatica, e ci offre l’opportunità di raccontare qualcosa sulle micronazioni (penso che pochi sappiano cosa sono e che esistono, oltre naturalmente a quella già note come il Vaticano, S.Marino, Andorra, etc).
In pratica, un micronazione è un lembo di territorio che, per qualche anomalia geografica e/o storica non sembra ricadere sotto la giurisdizione di alcuno stato oppure una parte di territorio che ha rivendicato la propria indipendenza e ottenuto qualche tipo di riconoscimento.
Nella prima categoria ricade, per esempio, l’isola artificiale di Sealand (nella foto) che è proprio quella che The Pirate Bay vorrebbe comprare.
La storia è questa. Durante la seconda guerra mondiale il governo inglese aveva costruito delle piattaforme marine dotate di artiglieria poco oltre le acque territoriali. Servivano per avvistare in anticipo gli aerei e soprattutto i missili nazisti (V1 e V2) e abbatterli prima che arrivassero sul territorio inglese.
Alla fine della guerra vennero tutte demolite tranne una, il famoso royal fort Roughs Tower che sorge a nord della foce del Tamigi a 7 miglia dalla costa (il limite delle acque territoriali era allora di 6 miglia).
Per molti anni Roughs Tower rimase abbandonata, res derelicta et terra nullius fino a quando, il 2 settembre 1967, l’ex maggiore Paddy Roy Bates la occupò, dichiarandola territorio indipendente, andando a viverci e dandole il nome di Principato di Sealand.
Ovviamente il governo inglese reagì inviando truppe. Vennero sparati anche alcuni colpi. Bates era sempre cittadino inglese, per cui venne arrestato e processato e qui arriva il colpo di scena.
Come era suo dovere, la giustizia inglese, che spesso è seria, si dichiarò incompetente per territorio, perché l’isola è fuori dalle acque territoriali. Roy di Sealand ritornò libero alla sua isola che ricevette un primo importante imprimatur di indipendenza.
Più tardi accaddero altri fatti cruenti. Nel 1978, mercenari olandesi al soldo di un uomo d’affari tedesco occuparono l’isola con la forza, ma vennero poi sconfitti e fatti prigionieri da Roy (che in quel momento si trovava in Inghilterra) e dai suoi uomini. Di conseguenza, i governi olandese e tedesco intavolarono trattative con Sealand per il rilascio dei prigionieri, dando all’isola un ulteriore riconoscimento di sovranità.
La situazione attuale di Sealand sembra essere tranquilla. Un internet provider, HavenCo Limited, ha anche posto la propria sede sull’isola, dotandola di una connessione ad alta velocità e pubblicizza la propria sede extra-territoriale come fonte di sicurezza per dati sensibili e transazioni finanziare al riparo dalle grinfie governative.
Ecco quindi l’interesse di Pirate Bay che vorrebbe farne un centro di distribuzione di materiale copyrighted in barba alle leggi europee. Per ora hanno raccolto solo $14.000.

Fin qui la storia di Sealand, ma pochissimi sanno che un tentativo analogo è stato fatto anche in Italia. Nel 1965, un costruttore, tale ing. Rosa, edificò una piattaforma in Adriatico, davanti a Bellaria, poco fuori le acque territoriali.
L’isola venne aperta al pubblico nel 1967. Si pensava di impiantarvi una serie di attività commerciali: un ufficio postale, un negozio di souvenir, un piccolo albergo, un ristorante, un bar ed un night-club.
Il 1 maggio 1968 venne dichiarata l’indipendenza e la piattaforma venne battezzata Isola delle Rose. Le azioni di Rosa furono viste dal governo italiano come uno stratagemma per raccogliere i proventi turistici senza il pagamento delle relative tasse e la reazione fu dura: 55 giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza, il 25 giugno 1968, un gruppo di quattro carabinieri ed alcuni ispettori delle imposte atterrarono sull’isola e ne presero possesso, senza alcun atto di violenza, con un’azione ai limiti del diritto internazionale. Il governo della Repubblica dell’Isola delle Rose inviò telegrammi di protesta anche al governo italiano, ma fu ignorato. L’11 febbraio 1969, sommozzatori della Marina Militare Italiana distrussero con l’esplosivo la piattaforma artificiale, eseguendo la sentenza del Consiglio di Stato di giovedì 17 luglio 1969. La proprietà si rifece prima al TAR, poi al Tribunale Internazionale dell’Aja, ma, alla fine, cedette e dell’Isola delle Rose e di ciò che si favoleggiava attorno, nessuno parlò più.

Disintegrazioni

Désintégrations (1983), per orchestra da camera e nastro magnetico è uno dei lavori più rappresentativi di Tristan Murail e della musica spettrale.

Désintégrations è stata composta dopo un lavoro approfondito sul concetto di “spettro”. Tutto il materiale del brano (sia il nastro che la partitura orchestrale), le sue microforme, i suoi sistemi d’evoluzione, deriva dalle analisi, dalle decomposizioni o dalle ricostruzioni artificiali di spettri armonici o inarmonici.
La maggior parte di questi spettri è d’origine strumentale. Suoni di bassi piano, di ottoni, di violoncello sono stati particolarmente utilizzati.
Il nastro magnetico non cerca di ricostituire suoni strumentali. Questi ultimi fungono soltanto da modelli o da materiale per la costruzione di timbri o di armonie (per me del resto c’è poca differenza tra queste due nozioni), ed anche per la costruzione di forme musicali.
Molti tipi di trattamenti degli spettri sono usati nel brano:

  • Frazionamento: si utilizza soltanto una regione dello spettro (ad esempio, suoni di campana dell’inizio e della fine ottenuti con frazionamento di suoni di piano).
  • Filtraggio: si evidenziano o si eliminano alcune componenti.
  • Esplorazione spettrale (movimenti all’interno del suono): si ascoltano le parziali una dopo l’altra, il timbro diventa melodia (ad esempio, nella terza sezione, suoni di piccole campane che provengono dalla disintegrazione di timbri di clarinetto e flauto).
  • Creazione di spettri inarmonici, “lineari” per somma o sottrazione di una frequenza (per analogia con la modulazione in anello o la modulazione di frequenza), “non lineari” con torsione di uno spettro o descrizione di una curva di frequenze (ad esempio, nella penultima sezione, torsione progressiva di un suono di trombone grave).

Il nastro è stato realizzato con sintesi additiva: si descrive in tutte le proprie dimensioni ogni componente di un suono. Questo permette di agire sugli spettri in modo estremamente preciso ed analitico e avvicinare processo di sintesi e processo di composizione, a tal punto che il nastro è stato veramente “scritto” prima di essere realizzato.
La scrittura orchestrale ha anche beneficiato della potenza dell’elaboratore, per la definizione delle altezze e delle durate ed anche per il disegno di alcune microforme. Nastro e strumenti procedono dunque dalla stessa origine e sono in relazione di complementarità. Spesso, il nastro evidenzia il carattere degli strumenti, diffrange o disintegra il loro timbro, o amplifica gli effetti orchestrali. Deve essere perfettamente sincrona, da cui la necessità di “clic” di sincronizzazione che il direttore deve seguire.
Le due fonti, strumentali e sintetiche, sono quasi sempre fuse e contribuiscono a creare momenti sonori o percorsi musicali nuovi; il discorso musicale gioca spesso sull’ambiguità tra queste due fonti, essendo lo scopo ultimo di cancellare ogni differenza fra dei mondi sonori a priori distinti.
La musica procede seguendo dei percorsi più che per sezioni distinte. Ogni momento mette l’accento su un trattamento spettrale particolare, ogni percorso fa evolvere variamente la materia musicale, tra armonicità ed inarmonicità, ombra e luce, semplicità e complessità. Contorni precisi sorgono da oggetti fluidi, l’ordine sorge da caos ritmici, i suoni evolvono incessantemente, si deformano cambiando natura…

Tristan Murail – Désintégrations (1983), per orchestra da camera e nastro magnetico

OddMusic

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celestial harp
Una citazione di dovere al sito di Odd Music che ormai da anni raccoglie e archivia documentazione sugli strumenti musicali auto-progettati e auto-costruiti, dall’innovativo al demenziale.
A testimonianza del lavoro di oddmusic, ecco alcuni estratti che vanno dal Bazantar (un contrabbasso a 5 corde con 29 corde di risonanza e 4 di bordone; click & scroll per gli esempi; ascoltare quelli etichettati “solo” ) fino alla Celestial Harp (in figura) costruita intorno ai concetti del cerchio, del quadrato e della spirale, con ovvie connotazioni astrologiche, di cui vi presentiamo 3 esempi (ex1, ex2, ex3).

Oddmusic is home to unique, odd, ethnic, experimental and unusual musical instruments and resources. Tour the Gallery, see in-depth sections featuring artisans who blazed new trails or are on the cutting edge of new and previously unheard musical instruments. Look, listen, and explore music and musical instruments that aren’t part of the mainstream. Showcasing unusual musical creations and sounds of unique artists and artisans from around the globe. From gourd music to electronic odysseys, harp guitars to industrial insects, from beautiful, to bizarre, to just plain wacky. New, unique innovations, along with heavily modified hybrids of instruments once formally known as guitars, basses, keyboards, drums, wind and stringed instruments. Musical stalagmites, bowed telegraph wires, twisted electrons, Circuit Bending, Waterphones, Hang drums, ethnic instruments, Stamenphones, Theremins, Serpents, Light Harps, and much more. Give your eyes and ears a treat. Feed your imagination at Oddmusic.

Canto Armonico

tuva
Il canto armonico (Overtone singing) è una modalità di emissione vocale in cui il/la cantante manipola le risonze che si creano nel tratto vocale (quello che si trova tra le corde vocali e la bocca) per evidenziare gli armonici della propria voce (per gli addetti, manipola i formanti).
Difficile da spiegare, ma semplice da capire perché, a basso livello, lo facciamo tutti, quando passiamo da una vocale all’altra (provate a dire aaaaaeeeeeiiiiiioooooouuuuu).
Ecco due esempi eseguiti da Mark van Tongeren, il primo molto semplice, il secondo più complesso.

Questo modo di utilizzare la voce, sia pure con diversi stili e tecniche, è diffuso in Asia Centrale (Tuva, Mongolia, Altai), fra le popolazioni nordiche (eschimesi del Canada, Lapponi) ed esiste anche in Barbagia.
Le tecniche sono varie. Queste popolazioni spesso lo utilizzano per creare un certo tipo di polifonia, pur con una sola voce come in questo esempio in cui si sente distintamente una nota alta che si muove sopra a quella di base.
In occidente, la pratica di un canto armonico rilassato e meditativo si è diffusa in seguito al rinnovato interesse verso l’oriente risalente alla fine degli anno ’60. Stockhausen è stato uno dei primi autori “colti” a utilizzarlo nella sua composizione “Stimmung” del 1968 (di cui abbiamo già parlato; ecco un esempio audio e alcune note), ma poi si sono formati vari gruppi di praticanti.
Qui vi presentiamo alcuni estratti di Spectral Voices, un gruppo americano che arricchisce i propri brani con il riverbero naturale di una enorme cisterna un tempo usata come acquedotto.

Vari altri esempi e una trattazione più tecnica del canto armonico si trovano su Tertium Auris, un blog specificamente dedicato all’analisi vocale e alla sperimentazione sonora.

La Cina è grande e meravigliosa

cascata

Una cascata ghiacciata alta 20 metri sulla montagna della fiamma (Huoyanshan) nei pressi di Turufan nello Xinjiang cinese.
La foto è del 1 gennaio. Cliccate qui per vedere l’immagine ingrandita.
Coords. della zona in Google Earth/Map: 42.9672, 89.6431

from Boing Boing

UPDATE
Devo dire che più la vedo, più mi chiedo come può l’acqua congelarsi così mentre è in movimento ed è tanta. In genere, prima gela l’acqua sopra la cascata, riducendola ad un rigagnolo che poi, alla fine gela anche lui. Cose del genere le ho viste solo in Siberia dove c’erano temperature allucinanti oppure una escursione termica velocissima. Per esempio, vicino a Yakutsk, l’acqua portata fuori casa e lanciata in aria gelava all’istante…

Tomba di Oggi, 06/01

nureyev
Rudolf Hametovich Nureyev.
Giace al cimitero di Sainte Genevieve Des Bois, Esson, France.
Non è un musicista, ma basta e avanza.

Dedicata a Valeria e Valentina.

2007 anno del maiale di fuoco

Non credo all’astrologia, ma la trovo divertente e da buon utente dell’I Ching, che uso da quando avevo 13 anni (per pensare, non per predire il futuro), preferisco quella cinese che è ben più complessa di come ve la raccontano sulle rivistine del c…o che dicono un animale per ogni anno con un ciclo di 12.
Questa è solo la minima parte della cosa. In realtà alla base di tutto c’è un ciclo di 10 anni formato dai 10 steli celesti che sono uno yang e uno yin, così, tanto per cominciare, gli anni pari sono yang, i dispari yin (attenzione: pari/dispari secondo il calendario cinese tradizionale. Il 2007 corrisponde al 4075).
Su questi ciclo si innestano i 5 elementi che si susseguono per 2 anni ciascuno. secondo questa tabella. Ogni elemento ha un anno yang e uno yin.
Questo ciclo è fuso con quello dei 12 rami terrestri, che sono i 12 animali, che si susseguono uno per anno, formando un ciclo di 60 anni (il minimo comune multiplo fra 12 e 10).
E qui anche le rivistine più raffinate si fermano.
Esistono, però, anche i concetti di animale interiore e animale segreto. L’animale interiore è collegato al mese di nascita, secondo un ciclo di 12 mesi (ma attenzione, sono mesi lunari) e l’animale segreto a uno dei 12 tempi del giorno (circa 2 ore ciascuno = 12 in 24 ore).
Il tutto dà un elevato numero di combinazioni: 5 elementi x 12 animali x 12 mesi lunari x 12 tempi del giorno = 8640 che moltiplicato ulteriormente per 2 in base al carattere dell’anno (yang o yin) = 17280 sfumature astrologiche che difiniscono il carattere di una persona.
Non ci credo, ma è divertente.

Secondo il calendario cinese tradizionale, il capodanno arriva con la luna nuova di febbraio.
Il 19 febbraio inizia, quindi, l’anno del maiale di fuoco che succede all’anno del cane di fuoco. Notare che un bel po’ di siti astrologici del c…o, essendo poco fine dire anno del maiale, lo hanno cambiato in anno del cinghiale.
I dementi della Swatch, invece, hanno creato il Be Lucky, un orologio che celebra l’anno del maiale e sembra essere di pessimo gusto:

L’orologio è un nuovo modello della linea Jelly-in-Jelly. Il cinturino in plastica presenta tantissimi maialini rosa sorridenti che galleggiano insieme a monete dorate sopra un mare color oro. La cassa di plastica trasparente e opaca racchiude un generoso quadrante spazzolato e dorato, con un grande ideogramma cinese lucido leggermente in rilievo che raffigura un maiale. Sulla superficie luccicante e dorata del quadrante i numeri sono sostituiti da puntini dorati; lancette rosso fuoco scandiscono ore e minuti e una sottilissima lancetta rossa ritma i secondi.

Dal punto di vista culinario, comunque, passare dal cane di fuoco al maiale di fuoco è un’ottima cosa: si passa dall’hot-dog alla porchetta.

Sì, sì, Satana!

La cosa che invidio davvero al rock è di essere figlio di Satana.
Purtroppo quello della dodecafonia nel Faust di Thomas Mann è stato un ben misero exploit subito rientrato in confronto a quello che può fare il rock.
Leggete qui:

Notizia ANSA
2007-01-02 16:42
Rock all’inferno in Divina Commedia
In purgatorio cori gregoriani, in paradiso arie celestiali
(ANSA)- CITTA’ DEL VATICANO, 2 GEN – ‘Il rock l’ho messo all’inferno perche’ esprime meglio di qualunque altro genere la lacerazione, il dolore degli inferi’. Lo dice monsignor Marco Frisina, autore della colonna sonora della Divina Commedia di Dante Alighieri versione musical.

‘Per musicare l’inferno ho scelto il rock, – spiega monsignor Frisina – in purgatorio cori gregoriani e in paradiso arie celestiali’. Una opinione in linea con quella espressa da Benedetto XVI, quando era ancora cardinale.

No, no!! La Divina Commedia in versione musical NO! È LUI SATANA!!!

Ne parlano anche Repubblica (è l’unico che tiene la notizia ancora in linea dal 2007), l’Unità e perfino l’Herald Tribune, quest’ultimo con un prosaico e realistico titolo come: “Un prete trasforma la Divina Commedia di Dante in opera”.

iPod Building

iPad

Dubai-based real estate firm Omniyat Properties plans to construct a tall building in Dubai modeled after the Apple iPod. The name of the 24-story tower: iPad. Architects James Law Cybertecture International will design, and the structure will sit over a six-degree-angled “docking station,” just as the ipod does on its docking station.

Doveva succedere.
La Omniyat Properties, società costruttrice di immobili, dovrebbe costruire a Dubai un edificio, progettato dagli architetti della James Law Cybertecture International con un look ispirato all’iPod.
L’edificio di 23 piani si chiamerà iPad e avrà una inclinazione di circa 6 gradi, uguale a quella che l’iPod assume nella sua docking station. Spero almeno che i pavimenti siano dritti.
Comunque, io lo trovo carino.
Mi chiedo solo quanto ci vorrà prima che qualcuno progetti l’iCar (auto piatta in cui i passeggeri stanno distesi come sardine).

Via Boing Boing

Free Schoenberg

logo

Le opere di Arnold Schönberg si possono ascoltare liberamente (e legalmente) in streaming audio dal sito dell’Arnold Schönberg Center in cui è stato realizzato questo bel Jukebox che funziona con tutti i principali players e sistemi.
Nonostante sia in streaming, l’audio è di buona qualità (almeno in quello che ho ascoltato), per cui una connessione veloce (ADSL o ISDN) è necessaria.
Stranamente, invece, data la serietà del sito, non vedo citati gli esecutori.

La Kammersymphonie op9 (1906) e’ una tappa fondamentale nella produzione di Schoenberg. Quest’opera,che comunque utilizza un linguaggio ancora tonale (la composizione e’ in Mi Maggiore) si dimostra comunque innovativa sia nella forma,sia in alcuni procedimenti armonici,sia nella strumentazione. Pur rimanendo fedele alla tonalità,questa composizione porta spesso il sistema tonale ai suoi limiti estremi,in particolare per l’uso degli accordi formati da quarte sovrapposte. Il termine Sinfonia generalmente veniva usato solo per brani di grosse dimensioni (e tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 queste composizioni spesso richiedevano l’uso di orchestre gigantesche; per esempio Mahler, Bruckner e R.Strauss). Invece Schoenberg utilizza il termine Sinfonia per un opera della durata di circa 20 minuti con un organico cameristico di 15 strumenti solisti, formato da quintetto d’archi,legni e due corni(in seguito l’autore ne realizzerà anche una versione per orchestra). Schoenberg dopo aver terminato questa composizione,inizierà a scrivere anche una seconda Kammersymphonie (op.38) che pero’ terminerà solo molti anni dopo in America (negli anni ’40).
[tratto da armoniamusicale.com dove trovate l’analisi completa]

Arnold Schönberg – Chamber symphony for fifteen solo instruments op.9

Votate, tanto poi decidiamo noi

time poll
time cover

Altrenotizie, basandosi sulle news dei blog latino-americani, ci apre gli occhi su una bella prova di democrazia.
Uomo dell’anno secondo Time Magazine siamo noi. “Cittadini della nuova democrazia digitale”.
A scegliere “la persona o le persone che più hanno influenzato l’informazione o le nostre vite, nel bene o nel male” sarebbero dovuti essere proprio questi “cittadini”, chiamati votare attraverso il sito internet del giornale, scegliendo tra George W. Bush, Condoleezza Rice, Kim Jong Il, Al Gore, Mahomoud Ahmadinejad, Hugo Chavez, Nancy Pelosi e la comunità di YouTube.
Alla fine, sempre secondo Time Magazine, i vincitori siamo noi, Come si legge in copertina, “Tu. Sì, tu. Tu controlli l’era dell’informazione. Benvenuto nel tuo mondo”, facendo pensare che a vincere sia stata la comunità YouTube.
Proprio un bel mondo. Perché le votazioni dei lettori non hanno neanche lontanamente indicato questo risultato. Come si vede nella figura, peraltro pubblicata dallo stesso Time, il vincitore è stato Hugo Chavez (36%), con la sua ferma opposizione alle ingerenze degli Stati Uniti in America Latina (i chicanos sono tanti), mentre il secondo è niente-di-meno che Ahmadinejad (21%), con la sua volontà di dotarsi del nucleare e i suoi attacchi a Israele. Due leader che gli Stati Uniti vedono come il fumo negli occhi.
Potete controllare. Ho anche trovato la pagina del sondaggio. Andate qui e votate. Vi appariranno i risultati (che io sappia, votare è l’unico modo per vederli).
Ok, Time può anche non considerare il sondaggio vincolante, ma allora lo scriva (o non lo faccia per niente). Bella prova di democrazia. Assomiglia molto a quella che gli americani stanno cercando di esportare.

Kritiko Allucinato?

Ma qualcuno riesce a spiegarmi perché i critici “pop” (nel senso di non classici, non jazz) italiani (non tutti, ma la maggior parte) sono o assurdamente esagerati oppure danno sfogo a un bassissimo livello poetico con contenuto informativo pari a zero, mentre invece gli anglosassoni sono informativi e mediamente obiettivi?
Prendiamo, per es., le critiche che ho cercato per scrivere il post precedente su Rock Bottom.
Onda Rock scrive (estratti; i corsivi sono miei)

Sebbene siamo sicuri che la musica di questo disco fosse già immensa e bellissima…
…Il regno dei nuovi suoni esprime l’immensa solitudine dell’uomo e il suo anelito di salvezza…
…La sezione ritmica del doppio “Alifib/Alife”, affidata al respiro/sospiro è entrata prepotentemente tra le “trovate” più geniali di tutta la storia della musica
…La tettonica che scaturiva dall’eterna contrapposizione tra il jazz e il rock si chiude su se stessa e ne rimane solo una musica da camera, trionfo del nuovo intelletto
…”Rock Bottom” rappresenta la definitiva chiusura di un’epoca, tanto per l’uomo Wyatt quanto per la storia della musica popolare. È il fulcro inevitabile della storia del rock e ogni giudizio su ciò che c’era prima e ciò che è venuto poi va in un modo o nell’altro ricondotto a questo disco

Ma siamo fuori? Se questo è un capolavoro assoluto, Bach chi è?
E se questo è un capolavoro assoluto solo nell’area della popular music, allora il suddetto genere conta più capolavori assoluti di qualsiasi altro genere sulla faccia della terra, giacché girando per Onda Rock (ma anche per altri siti) se ne trovano migliaia.

D’altro canto, altri critici prendono il loro lavoro come un pretesto per evidenziare le loro assai scarse qualità poetiche.
Su Rock Bottom, Scaruffi scrive (estratti)

C’e` come un respiro, una medesima pulsazione vitale, che anima tutti i brani, come esalante da una massa organica di sentimenti. Per questo arduo programma di flusso di coscienza in Rock Bottom si fondono le due componenti principali della musica di Wyatt: il melodismo sentimentale di Moon In June e il vocalismo patafisico di Las Vegas Tango. All’insegno del free-jazz nasce allora una forma-suite di grande suggestione ed emotivita’.

La funerea elegia di Sea Song … si libra in un gorgo armonico sinistro e disperato con un lento incedere da cerimoniale segreto. Last Straw affonda in modo ancor piu` sinistro in misteri occulti, con uno svolgimento che ricorda una Las Vegas Tango piu` lineare e nervosa, con un arrangiamento che rende la sensazione di una mente sconnessa e dell’apocalissi imminente.

che rappresentano anche i due stati fondamentali dell’arte di Wyatt, il lirismo titanico e il nonsense dadaista, ovvero l’ansia d’ assoluto (“unendliche sehnsucht”) e la paranoia del quotidiano. La voce si abbandona a deliri e convulsioni con un tono dimesso che e` ben lontano dai gargarismi del passato, e i fiati si lanciano in lunghe traversate, arabescando di incubi terribili atmosfere gia` demenziali.

Unendliche sehnsucht!? Paranoia del quotidiano?? Apocalissi imminente!!??
Ma sta parlando di un disco o dell’asteroide prossimo venturo?
Adesso, supponete di non sapere niente di Rock Bottom e andate a leggervi le recensioni. Cosa avete capito del disco?
Perché nessuno scrive di musica? Perché nessuno mi dice com’è il tempo, la ritmica, l’armonia? Perché non lo sanno?. Ma se non capiscono nulla di armonia, cosa fanno i critici a fare? E se invece la capiscono, perché non ne parlano? Perché la gente non capirebbe? Forse sarebbe ora di cominciare.
Adesso, invece, andiamo a leggere una qualsiasi recensione anglosassone (questa è di tale Martin Dietrich):

“Sea Song” is a beautiful lovesong as well as a duett of Wyatt and Richard Synclair’s bass. Organ and bass are dominating this song but you also get guitar and piano. The song raises slightly in the end. “The last Straw” commences in a similar way, organ and bass build a musical basis and Wyatt’s voice impends over it. The drums stay discreet all the time. “Little Red Riding Hood Hit The Road” is an extension of “The last straw”, the melody commences and Mongezi Fesa adds some trumpet. This song is kind of hypnotic due to Wyatts voice and the melody, terrific! “Alifib” is a homage to his significant other and again, a duett, this time between Wyatt and Hopper on bass. In the beginning you just hear Wyatts breathing and gasping over some beautiful, mellow and muted Keyboard sounds. After a time Wyatt begins to sing, just as alsways, very melanciloc. After the song gets more and more intensive, it passes into the next track “Alife” wich is a bit madder mainly because of the saxophone. Nevertheless the two songs seem to belong togher, two great and melancolic tracks, beautiful. On “Little Red Robin Hood Hit The Road” Mike Oldfield, Fred Frith, Laurie Allen and again Richard Sinclair gathered to attend Wyatt. The vivid beginning is dominated by Oldfield’s guitar and Waytt’s voice, later on Frith’s viola affiliates. The end is quite funny because somebody tries to tell you something about a broken telephone, drinking tea and some other weird stuff. The song dies away with laughter.

C’è una bella differenza. Non parla di accordi, ma almeno cerca di spiegarmi come sono fatti i pezzi. Sebbene faccia anche un errore (il sax di Alife è un clarinetto basso), cerca di darmi delle informazioni.
Capisco che in Italia Bertoncelli abbia fatto scuola, ma da noi è come se, per chi scrive, l’informazione fosse secondaria, mentre l’importante è cercare di mostrare che si è bravi a scrivere (con scarsi risultati).
O mi sbaglio?

Pop (?) music that I loved (6)

rock bottom

Rock Bottom è il primo disco di Wyatt dopo l’incidente del 1973 che lo sbatte su una sedia a rotelle per il resto della vita.
Al di là del risvolto umano, è un bel lavoro con musicisti di eccezione che fonde vena melodica e vocalismo sperimentale, il tutto contornato da accenti vagamente jazz che si mescolano con il sound di Canterbury (sebbene questa definizione sia stata sempre negata e al limite odiata dai musicisti, ormai identifica una certa scena musicale).

Robert Wyatt – from Rock Bottom (1974), Alifib/Alife

Personnel

    Robert Wyatt, vocals, keyboards, percussion, guitar
    Richard Sinclair, bass
    Hugh Hopper, bass
    Laurie Allan, drums
    Mongezi Feza, trumpet
    Ivor Cutler, voice, baritone concertina
    Gary Windo, bass clarinet, tenor sax
    Fred Frith, viola
    Mike Oldfield, guitar
    Alfreda Benge, voice
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That Goodbye

Me

That Goodbye è una elaborazione del primo verso tratto dalla poesia “Do not go gently into that goodnight” di Dylan Thomas, letto dall’autore e tratto da una registrazione d’epoca.
L’idea di questo brano è di mettere a punto delle tecniche tali per cui la parola via via si “consumi” diventando lentamente puro suono.
Ora, una delle cose che mi hanno sempre affascinato è l’eco. Ma l’eco è una ripetizione (quasi) identica all’originale. In “That Goodbye” invece, ho adottato delle tecniche di elaborazione per cui l’eco ritorna modificato sempre di più ad ogni ripetizione.

Queste tecniche consistono nell’inserire il dispositivo di elaborazione all’interno del loop che genera l’eco. Quindi il suo effetto si accumula e cresce ad ogni ripetizione che così si trasforma sempre di più rispetto all’originale.

Questo modo di comporre è abbastanza lontano dalle tecniche tradizionali. Qui, io seleziono processi di elaborazione che generano risultati di lunga durata. La composizione, a questo punto, equivale alla scelta dei frammenti sonori e dei processi di elaborazione attraverso i quali devono ‘rotolare’.

Alcuni esempi [NB: per non costringevi ad ascoltare mezz’ora di esempi, tutti gli eventi sono accelerati rispetto al loro utilizzo nel brano, nel senso che il delay è molto breve (circa 1 sec.) e quindi la frequenza delle ripetizioni è elevata per cui la trasformazione avviene nel giro di pochi secondi].

  • Elemento di elaborazione: riverbero
    In questo esempio l’accumulo della riverberazione a ogni ciclo di loop produce un alone sempre più lungo e presente per cui il riverbero si “mangia” letteralmente il suono riducendolo alle sole frequenze di risonanza eccitate dall’input. Il collegamento con in frammento iniziale rimane in forma agogica. Sotto l’aspetto frequenziale, il risultato dipende sia dalle frequenze presenti nell’input che dalle frequenze di risonanza del riverbero.
  • Elemento di elaborazione: filtro
    Ad ogni ciclo di loop l’input è filtrato con un passa-banda a guadagno unitario, che lascia inalterata solo la freq. di centro-banda e attenua tutte le altre. Il suono, via via, si semplifica fino a lasciare una singola sinusoide.
  • Elemento di elaborazione: flanger
    L’effetto flanger applicato a un suono si incrementa a ogni ripetizione dando vita a battimenti di complessità crescente.
  • Elemento di elaborazione: ring modulator
    Il modulatore ad anello, con modulante piazzata su uno degli armonici, espande lo spettro e ne cambia il bilanciamento a ogni ciclo di loop.

That Goodbye inizia con la voce di Dylan Thomas che passa attraverso un banco di 8 filtri passa-banda e viene suddivisa in altrettanti flussi audio indipendenti che rapidamente si sfasano.

Ognuno di essi si infila, poi, in una linea di ritardo con tempo differenziato rispetto alle altre (da circa 5 a circa 12 secondi). Le frequenze di taglio e la larghezza di banda dei filtri non sono regolarmente spaziate, ma sono state tarate sulle bande di maggiore attività del segnale e vanno da 100 a 5000 Hz.

In questa prima fase l’elemento di elaborazione nel loop è principalmente il riverbero che allunga il suono e lo trasfigura distruggendo le parole e trasformandolo in bande frequenziali di altezza differenziata. Le bande basse e medie hanno tempi di riverbero più lunghi (fino a 6-8 secondi) e formano rapidamente delle fasce sonore di sfondo in evoluzione su cui si muovono gli elementi più acuti.

Nella seconda fase utilizzo come input alcuni dei punti finali di trasformazione della prima che vengono inviati a delay con processing differenziati, soprattutto flanger, filtri, ring modulator e inviluppi. Questi ultimi due sono i responsabili dell’emergere di suoni tipo campana derivanti dalla trasformazione spettrale delle bande medio-alte e dall’applicazione di un inviluppo che all’inzio è lineare e si fonde con il resto, ma diventa più sensibile e differenziato via via che si fa maggiormente percussivo.

Verso la fine della seconda fase parte una terza fase che inizia sulle bande basse a cui si applicano delay con ring modulator e pitch shift sulla scala armonica dando vita a una scalata agli armonici che si espande ad ogni ciclo di loop.

Questa parte si risolve in una quarta e ultima fase che si muove quasi all’indietro nel pezzo mandando in loop i risultati di varie convoluzioni fra la frase originale e e frammenti tratti dalle tre fasi precedenti creando una serie di fantasmi del frammento di partenza.

Mauro Graziani – That Goodbye (2002)