Miwa Momo Hojo & Yuichi Nagao

FE005

I sondaggi dicono che volete più musica sperimentale incolta ed eccone un po’ (maledizione, debosciati, passate di qui in 400 al giorno (media) e avete votato solo in 16: fate il vostro fott..o dovere e votate cliccando qui).

Miwa Momo Hojo e Yuichi Nagao, entrambi giapponesi, performance & vocal artist la prima, media & sound artist il secondo, sovrappongono suoni elettronici, rumori digitali, moduli ritmici, melodie e patterns vocali a formare un mix stratificato in cui tutti questi elementi si sentono e non si fondono, creando un insieme sorprendente che pende a tratti verso ciascuno dei sui costituenti.
In verità non sono così incolti questi due, ovvero lo sono perché non frequentano le accademie, ma nelle gallerie d’arte li conoscono bene.

Questo album, Kiechimae, è distribuito dalla net-label Frozen Elephent Music e può essere scaricato qui.

Intanto ascoltate Nijiiro No Beer

Nostalgia

Secondo voi poteva Ulisse provare nostalgia di Itaca?
La risposta è decisamente no! Al massimo aveva voglia di tornare a casa.
Contrariamente alla nostra intuizione, infatti, la nostalgia è stata codificata dalla medicina, non dalla poesia.
La parola, che è una commistione del greco νόστος (ritorno) e άλγος (dolore), apparve per la prima volta nel 1688 in una dissertazione medica di Johannes Hofer, uno studente svizzero che ha coniato il termine per descrivere “il sentimento di tristezza che deriva dal desiderio di tornare alla terra natia” (Hofer suggerì altri due termini per descrivere la sindrome: nosomania and philopatridomania).
Fra i primi a vedersi diagnosticare questa nuova “malattia” furono ragazzi della Repubblica di Berna che studiavano a Basilea, domestici e servitori svizzeri che lavoravano in Francia e in Germania e soldati spostati qua e là per il paese.
Secondo Hofer, la nostalgia esauriva lo “spirito vitale”, causando nausea, perdita di appetito, danni ai polmoni, infiammazione cerebrale, arresto cardiaco, febbre alta, marasma e propensione al suicidio.

Svetlana Boym scrive

Every language now has a special word for homesickness that its speakers claim to be untranslatable–the German Heimweh, the French maladie du pays, the Spanish mal de corazón. Czechs have the word litost,which means at once sympathy, grief, remorse, and indefinable longing. The whispering sibilance of the Russian toska, made famous in the literature of exiles, evokes the claustrophobic intimacy of the crammed spaced whence one pines for the infinite. The same stifling, almost asthmatic sensation of deprivation can be found also in the shimmering sounds of the Polish tesknota, which adds a touch of moody artistry unknown to the Russians, who are enamored of the gigantic and the absolute. The Portuguese and the Brazilians have their suadade, a tender sorrow, breezy and erotic — not as melodramatic as its Slavic counterpart yet no less profound and haunting. Romanians claim that dor, sonorous and sharp like a dagger, is unknown to other nations and speaks specifically of a Romanian dolorous ache. Although each term hews to the specific rhythms of its language, all these untranslatable words are, in effect, synonyms, but synonyms that share a desire for untranslatability, a longing for uniqueness.
Svetlana Boym. ‘Paradise Misplaced.’ Harper’s. March 2001 vol 302 no. 1810