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Archive for November, 2007

30

Nov

La città delle tenebre

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.30.01.05.52 — Archiviato in: Architettura, Cina, Storia, Viaggi

HakNam, la città delle tenebre, l’antica città murata di Kowloon è stata finalmente demolita 15 anni fa, nel 1983. Si trattava di un impressionante agglomerato urbano di 200 x 100 metri di solido cemento, con costruzioni alte 10, 12 e in qualche caso anche 14 piani, che era arrivato ad ospitare fino a 50000 persone (cliccate l’immagine per ingrandire).

Nato ai tempi della dinastia Song (960-1279) come avamposto per la difesa del sud, l’insediamento di Kowloon è ben più vasto della città murata. Il suo nome, Kau-lung (Traditional Chinese: 九龍, Simplified Chinese: 九龙) significa “nove dragoni” e deriva dagli otto picchi che la circondano (il nono era l’imperatore medesimo).
Quella che sarebbe diventata la città murata (o fortificata) era stata costruita come fortino a metà dell’800, ai tempi dell’annessione inglese dell’isola di Hong Kong con il trattato di Nanchino (1842).

Nel 1898, poi, l’enclave inglese di Hong Kong venne estesa ai cosiddetti Nuovi Territori sul continente, ceduti per 99 anni, escludendo, comunque, la città fortificata, che allora ospitava 700 persone. La Convenzione per l’estensione dei territori di Hong Kong stabiliva che la Cina avrebbe potuto tenervi truppe, purché non interferissero con il potere britannico sulla penisola.
Con il rispetto della parola data che distinse l’Impero Britannico, l’esercito inglese attaccò il forte solo un anno dopo, per trovarlo, però, completamente deserto.

Da quel momento, la questione della sovranità sulla città fortificata rappresentò sempre un buco nero diplomatico. Gli inglesi se ne disinteressarono, usandola al massimo come un luogo turistico in cui respirare un po’ di aria della vecchia Cina, mentre la popolazione ricominciò a crescere fino alla IIa guerra mondiale, quando i giapponesi occuparono Hong Kong e sfrattarono gli abitanti.
Dalla fine della guerra in poi la popolazione cinese riprese possesso della città che divenne il rifugio di migliaia di profughi in fuga di fronte alla rivoluzione comunista e di molti criminali comuni.

Il vero boom, però, si ebbe dal 1974 in poi, dopo che una spedizione di 3000 poliziotti fece piazza pulita dei componenti di una Triade che aveva stabilito la propria sovranità su quel luogo.
Libera dalla malavita organizzata e priva di qualsiasi controllo statale, Kowloon ricominciò a crescere come un’entità biologica. Le costruzioni si svilupparono l’una sull’altra senza alcun piano e vennero eseguite anche moltissime modifiche praticamente senza nessun intervento da parte di architetti o ingegneri. Migliaia di metri cubi vennero semplicemente assemblati in un patchwork monolitico, riducendo gradualmente gli spazi fino ad arrivare a situazioni paradossali in cui finestre si aprono letteralmente sul muro o sulle finestre del vicino.

(continua…)

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28

Nov

viral symphOny

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.28.00.01.44 — Archiviato in: Concettuale, Elettroacustica

Post-conceptual digital artist and theoretician Joseph Nechvatal pushes his experimental investigations into the blending of computational virtual spaces and the corporeal world into the sonic register.

Realtime “field recordings” of the audio manifestations of his custom created computer viruses have been reworked and reprocessed by Andrew Deutsch and Matthew Underwood, resulting in the sonic landscape of the ‘viral symph0ny’.

With resonances of Yasunao Tone, Fluxus, Oval, and Merzbow, this 28-minute composition is supplemented by a further 50 minutes of audio, comprising the original raw data field recordings.
The fully embodied CD (with 78 min. audio and art work) is for sale online here.
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Listen to:

viral symphOny (28′09″)

Joseph Nechvatal : original concept viral structures
Mathew Underwood : nano, micro, meso and macro structures
Andrew Deutsch : meso and macro structures
Stephane Sikora : C++ programming

Joseph Nechvatal site and blog

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27

Nov

AGP 57

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.27.00.01.53 — Archiviato in: 900 storico

Tanto per restare in tema di Partch, l’Avantgarde Project (AGP), che si occupa di diffondere vecchie registrazioni non ristampate in CD. ha rilasciato il numero 57 che contiene tre brani del nostro.

Questo archivio era stato proposto anni fa, poi ritirato perché questi pezzi erano distribuiti in una nuova esecuzione, ma oggi viene nuovamente distribuito in considerazione del suo valore storico.

Il formato è FLAC (compressione senza perdita). Lo trovate qui.
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The AGP57 is a transcription of the classic LP “The World of Harry Partch”. The three compositions on this LP are available on CD in other recordings, but these are the recordings that introduced a generation of music lovers to the strange sounds of Harry Partch’s instruments and compositions. Normally, AGP steer clear of compositions that are currently available on CD in other recordings, but a transcription of this long out-of-print LP was specially requested, so here it is. The copy is in excellent condition with only the hiss of the analog recording and very light pressing noise typicaly of an American pressing. The transcription preserves the spacious sound of the original recording.

Format is loseless compression FLAC.

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26

Nov

Numbers Stations

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.26.00.58.06 — Archiviato in: Storia

Quando ero piccolo (5/6 anni) non c’era la TV in casa, ma c’era una grossa radio. Onde corte, medie, lunghe.
Una delle mie passioni era proprio ascoltare la radio e soprattutto tutti quegli strani suoni che uscivano dalle onde corte. Ma più di tutto mi appassionavano certe stazioni dalle quali si sentivano voci che parlavano in strane lingue con la cadenza che non era quella di una trasmissione normale, discorsiva, ma piuttosto quella di chi leggeva degli annunci, un po’ nello stile della BBC quando mandava istruzioni ai partigiani francesi con frasi in codice ben scandite, tipo “la gatta ha mangiato tutti i gattini”, oppure come il famoso verso dalla Chanson D’Automne di Paul Verlaine trasmesso in due tranche per annunciare l’invasione: “I lunghi singhiozzi dei violini d’autunno”, prima e poi, a 2 giorni dallo sbarco, l’ultima parte: “mi feriscono il cuore con monotono languore”.

Alcune stazioni, poi, erano piuttosto particolari perché trasmettevano solo serie infinite di numeri, tipicamente in inglese. “One, five, seven, six, eight”; pausa; “nine, eight, two, three, four”; pausa. E così via…
Io conoscevo i numeri in inglese e a volte li trascrivevo cercando di capire se c’era una regola, ma non ne ho mai trovate. Naturalmente immaginavo storie di spie che ricevevano le trasmissioni e poi si lanciavano a decifrare il messaggio.

Quello che allora non sapevo è che era vero. Molto probabilmente era proprio così. Quelle erano le famose numbers stations.
Io lo avrei saputo solo molti anni più tardi, all’università, ma ormai la cosa è nota, al punto da essere riportata anche da wikipedia:

Le numbers station sono stazioni radio in onde corte di origine sconosciuta. Generalmente le trasmissioni contengono una voce che legge sequenze di numeri, parole o lettere (usando talvolta un alfabeto fonetico).

Possono essere individuati tre tipi di numbers station:

  • stazioni in fonia, dove i numeri vengono pronunciati da una voce o da un sintetizzatore vocale
  • stazioni che trasmettono in codice Morse
  • stazioni che trasmettono apparente rumore

Le voci trasmesse sono spesso prodotte da un sintetizzatore vocale e usano un’ampia varietà di lingue, in particolare negli USA spesso sono udite in spagnolo, mentre in Europa le trasmissioni sono generalmente in inglese, tedesco o francese o ancora in lingue slave. Inoltre sono per la maggior parte femminili, più raramente maschili o infantili.

La convinzione popolare, supportata dalle poche prove esistenti sull’argomento, ricondurrebbe queste stazioni operazioni di spionaggio. Questa ipotesi non è stata mai pubblicamente confermata da nessuna agenzia governativa tra quelle che potrebbero gestire una numbers station, tuttavia è accaduto che una stazione, coinvolta in spionaggio, sia stata pubblicamente perseguita da un tribunale di un altro stato.

In realtà le onde corte sono ideali per una comunicazione one way (solo invio, senza risposta) e quindi per mandare ordini o avvisi, perché

  • Non hanno bisogno di ripetitori in quanto vengono riflesse dagli strati alti dell’atmosfera e quindi viaggiano seguendo la curvatura terrestre raggiungendo qualsiasi luogo; è solo questione di potenza della trasmissione
  • Si ricevono con una radio normale e non sospetta
  • Sono complesse da localizzare: bisogna tracciare il segnale in base alla direzione da cui arriva con maggior potenza e poi triangolare

In definiva vanno benissimo per inviare da uno stato, dei messaggi ai propri agenti in uno stato straniero. Il fatto che possano essere intercettate da chiunque non è un problema perché le trasmissioni potrebbero essere criptate con un codice molto forte, come il cifrario di Vernam.

Alcune di queste stazioni hanno anche ricevuto dei nicknames, come “The Lincolnshire Poacher” che trasmette da Cipro, è attribuita all’MI5 e invia le prime due battute dell’omonima canzone folk prima di ogni gruppo di numeri. Oppure la sua “cugina” asiatica che trasmette da Guam con lo stesso formato ed è chiamata “Cherry Ripe” (e naturalmente qui la canzone di stacco è Cherry Ripe). O ancora “Magnetic Fields”, che usa musica di Jean Michel Jarre, o “Atención” che trasmette da Cuba in territorio USA.
Il gruppo ENIGMA, costituitosi proprio per studiare le numbers station, le ha classificate secondo la lingua e le modalità di trasmissione. Nel 1997, l’etichetta Irdial-Discs ha pubblicato un set di 4 CD contenente registrazioni di tali trasmissioni: “The Conet Project: Recordings of Shortwave Numbers Stations”.
Oggi tutto questo materiale è distribuito liberamente dall’Internet Archive.

Ecco alcuni esempi

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25

Nov

Configurare Compiz Update01

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.25.20.21.15 — Archiviato in: Linux

trasparent cube + gearsLa Guida alla Configurazione di Compiz è stata aggiornata. Ora copre anche le trasparenze e i vari modi di attivare la rotazione del cubo.

La trovate qui.

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25

Nov

Raptop computer

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.25.00.01.50 — Archiviato in: Informatica, Tecnologia

Torno da Riva del Garda e mi becco Man in Black II… Siamo ai passi…

Ecco una galleria di informatica steampunk (i giapponesi continuano a confondere la L con la R)

Non credo sia davvero funzionante, ma se lo fosse lo vorrei subito. La macchina da scrivere stile Naked Lunch è grandiosa. Quello sulla destra, sopra la trackball, è davvero un tasto morse. Altre foto qui.

E un iPod skin

Tastiere…

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24

Nov

Delusion of the Fury - Video

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.24.00.01.18 — Archiviato in: Strumentale

Found on YouTube the Harry Partch’s Delusion of the Fury in a 8 parts video. Quality could be better, but here it is…
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Trovato sul solito YouTube il video di Delusion of the Fury di Harry Partch, quasi intera, divisa in 8 parti.
La qualità non è della migliore, ma tant’è…

Part 1

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23

Nov

L’oscuro lavoro del bassista

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.23.18.30.18 — Archiviato in: Pop

Sometimes someone ask me what a bass player exactly does in a rock band. Some people think the bass plays only a few notes.
Well, I don’t know what today’s bass players do, but I know what they could do. Click the link below to see two videos. In the first there are the Who playing Wont Get Fooled Again. In the second, the bass player only.
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Quando, da piccolo, suonavo in una rock band, suonavo il basso. Mi divertivo molto perché il basso è uno strumento che nessuno ascolta e così potevo fare quasi tutto quello che volevo.

Ancora oggi, trovo gente che si chiede cosa faccia esattamente il basso, oltre a quelle poche note che per caso si sentono.
Bene, che cosa faccia nel panorama pop attuale non lo so, ma so cosa dovrebbe fare. Cliccate qui sotto e date un’occhiata. Ci trovate il video di una canzone degli Who dei tempi andati e poi un altro della stessa canzone in cui si vede e si sente solo il basso (va detto che Entwistle era un caso raro; un altro così era Jack Bruce).
(continua…)

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23

Nov

Delusion of the Fury

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.23.03.58.23 — Archiviato in: Strumentale

This is a review of Harry Partch’s last work: Delusion of the Fury.
The english reader can find a good comment about this work here.
The audio excerpts come from Art of the States and follow the italian comments.
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Di Harry Partch abbiamo già parlato su queste pagine. Artista personalissimo, a cavallo fra il ‘900 storico e il contemporaneo (1901-1974), capace di ideare e costruire una propria strumentazione che non si basa sul temperamento equabile e per questo isolato, ma ciò nonostante sempre presente a sé stesso e consapevole del suo essere compositore (ricordiamo che durante la grande depressione vagava come un senzatetto e tuttavia era in grado di pubblicare un giornaletto dal titolo Bitter Music - Musica Amara), Partch ha sempre portato avanti la sua sfida all’estetica corrente, quale essa fosse.

Con la sua musica, non tonale, non atonale, ma anzi completamente esterna a questo dualismo, (sviluppando quell’atteggiamento prettamente americano che già troviamo in Ives e altri), Harry Partch raggiunge livelli di grande potenza, come in questa ultima opera del 1965-66, eseguita una sola volta mentre era ancora in vita, di cui potete ascoltare due estratti dal solito Art of the States.

Delusion of the Fury: A Ritual Of Dream And Delusion, per 25 strumenti (mai utilizzati tutti insieme), 4 cantanti e 6 attori/ballerini/mimi, accosta un dramma giapponese nel primo atto a una farsa africana nel secondo, realizzando quel concetto di teatro totale che integra musica, danza, arte scenica e rituale da sempre caro all’autore.

L’opera non ha un vero e proprio libretto, nel senso narrativo dell’opera europea. Tutta l’azione è danzata e/o mimata.
Nelle parole di Partch, il primo atto è sostanzialmente un’uscita dall’eterno ciclo di nascita e morte rappresentato dal pellegrinaggio di un guerriero in cerca di un luogo sacro in cui scontare la penitenza per un omicidio, mentre l’ucciso appare nel dramma come spettro, dapprima a rivivere e far rivivere al suo assassino il tormento dell’omicidio, trovando infine una riconciliazione con la morte nelle parole “Prega per me!”.
Il secondo atto è invece una riconciliazione con la vita che passa attraverso la disputa, nata per un equivoco, fra un hobo sordo e una vecchia che cerca il figlio perduto. Alla fine, i due vengono trascinati di fronte a un confuso giudice di pace sordo e quasi cieco che, equivocando a sua volta, li scambia per marito e moglie e intima loro di tornare a casa, mentre il coro intona all’unisono un ironico inno (”come potremmo andare avanti senza giustizia?”) e la disputa si stempera nell’assurdità della situazione.
L’opera si conclude con stessa invocazione del finale del primo atto (”Pray for me, again”), lanciata da fuori scena.

Il tutto dura circa 70′, ma qui possiamo ascoltare solo due estratti per circa 10′. Il primo dal potente Sanctus che collega, senza soluzione di continuità, i due atti e il secondo dal finale.
Gli esecutori utilizzano gli strumenti della Harry Partch Foundation e sono diretti da Danlee Mitchell, ex assistente del compositore.

Harry Partch - Delusion of the Fury: A Ritual Of Dream And Delusion

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22

Nov

500 Greatest Songs

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.22.00.01.24 — Archiviato in: Pop

rolling stones

Un’altra lista: le 500 migliori canzoni di tutti i tempi secondo la rivista Rolling Stone, con un commento per ogni brano.
Guarda caso, la prima in classifica è Like a rolling stone

Sempre da Rolling Stones, i 500 migliori album.
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The 500 Greatest Songs of All Time and the 500 Greatest Albums according to Rolling Stone.

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