Escalator over the hill

coverIeri mi sono ritrovato a canticchiare una canzone che a un certo punto diceva

Contemplating
suicide
As protection from fraud
Escalator
over
the hill

e mi è ritornato in mente il monumentale lavoro di Carla Bley e Paul Haines, registrato fra il 1968 e il 1971 e uscito su un triplo vinile, passando come un’opera jazz, mentre in realtà era ed è molto di più.

Sono andato a riascoltarlo e fra le altre cose, mi sono reso conto che molte della melodie che io tuttora canticchio, camminando o sistemando la casa, provengono da quest’opera. Ma, ancora di più, sono rimasto colpito dalla profondità e dall’universalità artistica di questo lavoro che racchiude elementi del jazz del pop e del rock dell’epoca (con varie altre influenze, dall’atonale a Weill, fino ad una incursione nella musica indiana, relativamente popolare in quegli anni).

Intendiamoci: Escalator over the hill mi è sempre piaciuto e l’ho sempre ricordato come un’opera di grande spessore, ma erano anni che non lo riascoltavo e la sua freschezza, a 40 anni di distanza, mi ha davvero sorpreso. Soprattutto mi ha sorpreso l’attualità compositiva del tutto, mentre oggi, quando concetti come la world music e il crollo dei muri, compresi quelli che delimitano i generi, dovrebbero essere ormai assodati, non vedo in giro lavori di questa potenza.

Nella versione del 1971 (è stato poi eseguito live nel 1997, 98 e 2006 con altri musicisti), Escalator ha messo insieme un personnel di gran lustro:

Acoustic Guitar – Sam Brown
Bass – Charlie Haden , Jack Bruce , Richard Youngstein , Ron McClure
Bells, Celesta – Bill Morimando
Cello – Calo Scott
Clarinet – Perry Robinson , Souren Baronian
Clarinet, Saxophone [Tenor] – Gato Barbieri , Peggy Imig
Congas – Roger Dawson
Drums – Paul Motian
French Horn – Bob Carlisle , Sharon Freeman
Guitar – John McLaughlin
Lyrics By – Paul Haines
Organ, Celesta, Organ [Calliope], Written-by – Carla Bley
Saxophone [Alto] – Dewey Redman , Jimmy Lyons
Saxophone [Baritone] – Chris Woods
Synthesizer [Moog] – Don Preston
Trombone – Jimmy Knepper , Roswell Rudd , Sam Burtis
Trombone [Bass] – Jack Jeffers
Trumpet – Don Cherry , Enrico Rava
Trumpet, Producer – Michael Mantler
Tuba – John Buckingham
Vibraphone – Karl Berger
Viola – Nancy Newton
Violin – Leroy Jenkins
Vocals – Jack Bruce , Linda Ronstadt

Tutti questi musicisti si dividono tra più gruppi per raccontare una complessa vicenda i cui personaggi sono rappresentati sia dai cantanti che dai musicisti, dove gli ultimi concorrono alla definizione dei caratteri esprimendo le emozioni che vanno oltre le parole semplici ma visionarie, aperte a molte interpretazioni, di Paul Haines.

Qualcuno ha scritto che ognuno ha la musica che si merita. Non so cosa ho fatto di buono, ma sono molto contento di meritarmi, fra le altre, questa 🙂 .

Da You Tube, ecco la playlist completa (27 tracce).

Action rituelle

coverAgnes Heginger, soprano e Karlheinz Essl, elettronico, hanno registrato poco meno di un anno fa, all’Essl Museum in Vienna, questo disco, dal titolo Out of the Blue.

Sei brani, di cui tre collaborazioni e tre soli. Lo stile è generalmente quello della free music europea, virtuoso, ma spesso destrutturato e a tratti manierista (esiste, naturalmente, un manierismo anche nella free music).

Ma c’è almeno un brano, questo Action rituelle, inciso in duo, che, a mio avviso, trascende il genere e conquista per la sua intensità.

Il disco è distribuito dalla netlabel portoghese XS Records e liberamente scaricabile anche dall’Internet Archive.

Agnes Heginger e Karlheinz Essl – Action rituelle

Neozoon

La street-art (graffiti et similia) è ormai storia, tanto da essere uscita dalle strade ed entrata nelle gallerie e come tale ha assunto anche caratteri di auto-celebrazione.

A mio avviso, invece, questo lavoro del gruppo berlinese/parigino Neozoon mantiene intatta una forza evocativa che sembrava perduta. Spettri degli animali che abitavano quei luoghi prima e all’alba dell’uomo, realizzati in materiali di riciclo, vecchie pellicce, parti di vestiario, scampoli di attività umana rigettata.

Oltre a quelle qui sotto, molte altre immagini sono su Flickr.

Il triangolo

Nathan Davis, nato in Alabama nel 1973, è percussionista e compositore elettroacustico. Fra le altre cose, è cofondatore del duo elettroacustico violoncello e percussioni Odd Appetite dal cui sito traiamo questo estratto da Diving Bell (2002), un brano in cui tutti i suoni sono generati “dall’umile e meraviglioso” triangolo.

È il tipo di brano che, prima o poi, invito i miei studenti a fare perché lavorare su una singola sonorità aiuta a capire che c’è un universo complesso all’interno di ogni suono.

Note dell’autore:

Diving Bell invites the listener to delve deeply into the sound of the humble and magnificent triangle. By striking the triangles at different points and with different materials, and by using a handheld microphone, I extract and re-sculpt single overtones that are present in the overall sound of the instruments, hidden sounds that are normally only apparent when one holds the triangle up to their ear, like a tuning fork. With the help of tape delay modeling software, I layer these rich overtones in a structured improvisation.

Il brano fa parte del CD Memory Spaces.

Chris Jordan

Chris Jordan trasforma dei dati statistici in arte in modo molto creativo e stimolante.

Le serie Running the Numbers, per esempio, partono da dati statistici relativi ai consumi degli americani, nel primo caso, e ai fenomeni di massa, nel secondo, per creare delle immagini che danno un’idea della vastità del fenomeno.

Sulla prima serie, l’autore scrive:

Running the Numbers looks at contemporary American culture through the austere lens of statistics. Each image portrays a specific quantity of something: fifteen million sheets of office paper (five minutes of paper use); 106,000 aluminum cans (thirty seconds of can consumption) and so on. My hope is that images representing these quantities might have a different effect than the raw numbers alone, such as we find daily in articles and books. Statistics can feel abstract and anesthetizing, making it difficult to connect with and make meaning of 3.6 million SUV sales in one year, for example, or 2.3 million Americans in prison, or 32,000 breast augmentation surgeries in the U.S. every month.

This project visually examines these vast and bizarre measures of our society, in large intricately detailed prints assembled from thousands of smaller photographs. Employing themes such as the near versus the far, and the one versus the many, I hope to raise some questions about the roles and responsibilities we each play as individuals in a collective that is increasingly enormous, incomprehensible, and overwhelming.

Le immagini pubblicate sul web sono ingrandibili in modo da rivelare la loro composizione. Qui sotto un esempio dalla prima serie a vari livelli di ingrandimento.

Interviste

logoLa Paris Review è una prestigiosa rivista letteraria online.

La scorsa settimana ha aperto il nuovo sito, molto raffinato, mettendo in linea anche un grande archivio di interviste con famosi personaggi dell’ambiente letterario internazionale.

Le interviste spaziano in arco temporale di 50 anni e includono scrittori come Woody Allen, W. H. Auden, J. G. Ballard, Saul Bellow, Heinrich Boll, Borges, Paul Bowles, Ray Bradbury, Anthony Burgess, William S. Burroughs, Italo Calvino, Truman Capote, Raymond Carver, Louis-Ferdinand Céline, Jean Cocteau, Don DeLillo, tanto per citare solo qualcuno fermandosi alla lettera D.

Il tutto è in inglese e fortunatamente è riportato per iscritto. Io odio i podcast e li considero una disgrazia, primo perché occupano un sacco di spazio rispetto all’equivalente ASCII, secondo perché, nonostante io capisca l’inglese, spesso sono costretto a riascoltare delle frasi, terzo perché, con uno scritto e un traduttore automatico, per quanto male vada, anche chi non capisce la lingua può farsi un’idea del contenuto. Infine, il podcast è uno strumento di potere che va contro l’universalità di internet perché consente ad un’area linguistica di far pesare la propria influenza culturale.

L’indice, per annata o per nome, è qui.

Via Open Culture

Un busto a Frank Zappa

Un busto dedicato a Frank Zappa è stato inaugurato due giorni fa nella sua città natale, Baltimora.

La cosa buffa è che il busto è stato donato alla città di Baltimora dall’attivissimo Zappa fan club lituano ed è una copia di quello eretto a Vilnius alcuni anni or sono.

Così il monumento non è costato nulla alla città di Baltimora, che finora aveva fatto solo lo sforzo di proclamare un “Frank Zappa Day” nella giornata del 9 Agosto 2007.

Zappa Bust

Metri quadrati per persona

square feet per person

Questa immagine schematizza la densità della popolazione in varie aree del pianeta e lo fa calcolando lo spazio disponibile per ogni abitante. Notate che questa superficie è riferita al terreno calpestabile, cioè esclude laghi e fiumi.

Le misure sono in piedi quadrati, ma una veloce conversione in metri quadrati dà (e aggiungo l’Italia):

  • Australia 365961 m2, che equivalgono a un quadrato con il lato pari a circa 605 m
  • Canada 273823, idem 523
  • Russia 120805, 348
  • USA 30158, 174
  • Sud Africa 25009, 158
  • Messico 17491, 132
  • Cina 7035, 84
  • Italia 4969, 70
  • Gran Bretagna 3965, 63
  • Giappone 2944, 54
  • Bangladesh 872, 30
  • Hong Kong 156, 12.5
  • Monaco 59, 7.7

ma l’immagine esprime meglio le differenze.

Tutto questo significa anche che, se gli esseri umani fossero distribuiti con la massima regolarità, in Australia sarebbero a circa 605 m l’uno dall’altro come minimo, mentre nel Principato di Monaco ognuno avrebbe 4 immediati vicini a circa 7.7 m di distanza.

Ovviamente bisogna anche pensare che, se è vero che, per es., in Australia, ognuno dispone di 365961 m2, gran parte di questo territorio è costituito da deserti difficilmente abitabili, così come in Canada buona parte del terreno è gelato.

Però la presenza di un territorio così vasto ha un effetto. Quando guidavo in Russia o in Canada avevo spesso la percezione della vastità in gran parte vuota che iniziava subito al di là dei confini della città, mentre ad Hong Kong (prima del ritorno alla Cina), mi rendevo conto che era impossibile sfuggire alla folla.

Una sensazione simile, seppure meno opprimente, mi accompagna anche qui, in Italia. Andando su e giù per la pianura Padana o per la valle dell’Adige, ma anche salendo sulla montagna trentina, è quasi impossibile non vedere costruzioni e altri segni evidenti di presenza umana.

E non è un caso, secondo me, che i più visionari progetti di land art nascano dalla mente di persone che vivono nei paesi a bassa densità abitativa.

Jim Denevan

L’immagine rappresenta un recente lavoro di Jim Denevan, land artist di cui ci siamo già occupati.

Bach Panther

Una rapida lezione sulla fuga e sul contrappunto. Tra l’altro, è un modo inedito di filmare il piano.

 

Fugue n°XXIV extract from 60 “Préludes & Fugues dans les Trente Tonalités” of Stéphane Delplace.
Based on the Henri Mancini’s Pink Panther Theme.
Interpreted by Stéphane Delplace.
Filmed and directed by Stéphan Aubé.
More : http://www.stephanedelplace.com

Addio banda larga

Di solito non mi occupo delle nefandezze governative, ma stavolta, visto che cosa riguarda internet, ve lo faccio sapere.

Secondo Punto Informatico, che cita Il Sole 24 Ore,

Il Ministero dello Sviluppo economico, ormai vacante da mesi e guidato ad interim dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e, di fatto, dal Viceministro della comunicazioni Paolo Romani, ha reso noto che gli attesi 800 milioni di euro, che sarebbero dovuti servire per dare il via alla riforma infrastrutturale per estendere la diffusione della banda larga in Italia, si sono ridotti a 100.


La nuova cifra accompagna la considerazione che la banda larga non rappresenti più una priorità per il governo, e lascia tutti gli osservatori insoddisfatti: sono ritenuti del tutto insufficienti per risolvere il problema del digital divide. Potrebbe addirittura acuirlo potendo agire solo su alcune zone, nello specifico alcuni distretti industriali individuati da Confindustria e dal Ministero e da attribuire su base regionale.

Ok. Di fatto significa anche acuire il divario informatico fra l’Italia e gli altri paesi d’Europa, con ricadute su altri settori. Per esempio, in Francia, da quando esiste l’obbligo della fatturazione elettronica (che arriva anche immediatamente nelle mani del fisco), l’evasione, già ben più bassa della nostra, si è ulteriormente ridotta e dove uno studio stima in 40 miliardi di euro il risparmio per le aziende, di cui uno solo attribuito alle 50 maggiori.

Ma, nell’articolo di Punto Informatico, la cosa che mi fa maggiormente incazzare è questa:

A rendere più grave la situazione, il fatto che sembrerebbe non esserci l’asta sulle frequenze lasciate libere a seguito del passaggio al digitale terrestre, che sono state invece in parte destinate dal Ministero dello Sviluppo Economico proprio al gruppo Mediaset per sperimentare nuove soluzioni in HD per la TV tradizionale.
Il tutto confermerebbe le accuse che ad agosto il Presidente dell’Agcom ha lanciato: un grave rischio per l’Italia, che sembra non voler salire sul treno della connessione.

Ma guarda un po’. Chi decide dove vanno a finire le frequenze? Il Ministero dello Sviluppo Economico. E chi ha in mano il suddetto ministero? Berlusconi, nonostante le lamentele di tutti e ad onta di premesse regolarmente non mantenute.

E cosa decide il suddetto ministero? Che intanto parte delle frequenze lasciate libere a seguito del passaggio al digitale terrestre vadano a finire a Mediaset. E di chi è Mediaset? Di Berlusconi. Ma che caso…

Ma, dannazione, forse con il Berlusca

  • guadagniamo di più? No.
  • abbiamo meno tasse? No.
  • abbiamo più lavoro? No.
  • abbiamo più libertà? No.
  • l’Italia vince i mondiali? No.

‘Cazzo aspetta la gente a svegliarsi?

Charts Music

Johannes Kreidler (1980) è uno dei giovani compositori attualmente più discussi. Sa essere provocatore in modo molto tagliente, fa frequenti incursioni nel pop e spesso utilizza la musica per sollevare questioni etiche.

Uno dei suoi brani, Product Placements (2008), è una provocazione nei confronti della GEMA (la SIAE tedesca). In Germania, con splendida coerenza teutonica, per depositare un brano si deve compilare un modulo per ogni campionamento utilizzato, per quanto breve sia. In Product Placements Kreidler riesce a stipare 70200 campioni tratti da dischi altrui nel giro di 33 secondi. Ovviamente, con una tale concentrazione, i singoli campioni sono irriconoscibili. Ciò nonostante, Kreidler ha preteso di depositare il brano inviando 70200 moduli.

Nel pezzo che vi presentiamo, Charts Music (2009), le melodie sono generate seguendo le curve dei grafici della borsa (sostanzialmente discendenti) e delle vittime in Iraq (ascendenti), passando per l’andamento del debito  e del tasso di disoccupazione negli USA. I grafici vengono rimappati su una scala musicale e armonizzati con SongSmith, il software della Microsoft che genera automaticamente un accompagnamento in uno stile a scelta basandosi sulla melodia.

Il risultato è uno spassoso e conturbante esempio di sonification.

Kreidler vive a Berlino e insegna teoria musicale e musica elettronica all’Università della Musica e del Teatro di Rostock, al Hochbegabtenzentrum della Università della Music di Detmold e alla Hochschule für Musik und Theater di Hannover.

Strutture Abbandonate

coverStrutture abbandonate sono quelle che vengono alla mente ascoltando questa release per Test Tube di Philip Croaton, russo, così come viene in mente Tarkovsky.

Vengono anche in mente le strutture musicali abbandonate, come è tipico di molta musica di questo tipo.

In effetti, non è che l’ambient mi dispiaccia. All’ascolto è godibile. Ma poi rimango sempre a bocca asciutta per l’assenza di qualsiasi sviluppo. Musicalmente viene stabilita un’atmosfera che poi non cambia mai. È come se uno mi raccontasse una storia in cui non succede nulla.

Solo in pochissimi casi si riesce a raccontare in modo interessante una storia in cui non accade nulla e di solito è perché, ad una lettura più attenta, si scopre che in realtà accadono molte cose. Un esempio letterario: Rumore Bianco di Don Delillo. Un esempio musicale: il primo brano di Music for Airport che procede sempre con lo stesso mood, ma almeno il gioco della sovrapposizione delle parti temporalmente sfasate è motivo di interesse.

Ora, prendo atto che quella della continuità e del non sviluppo è proprio la poetica dell’ambient, però ci sono molte cose che mi lasciano perplesso. La più inquietante è che una musica come questa potrebbe benissimo essere generata direttamente da un computer. Non avrei problemi a scrivere un software che produca automaticamente gran parte dell’ambient che sento in giro.

Naturalmente, poi, non inventerebbe niente. Semplicemente ogni brano continuerebbe così, in un continuum armonicamente definito dai dati di partenza. Con un piccolo sforzo di programmazione, potrebbe anche cambiare e introdurre altri eventi, secondo regole che, dopo un po’, diventerebbero alquanto prevedibili per un ascoltatore attento, ma è questo quello che vogliamo?

Eppure questa è la filosofia dell’ambient. Come scrisse Eric Satie nei “Quaderni di un mammifero“:

Bisognerebbe comporre una musica d’arredamento, che conglobasse i rumori dell’ambiente in cui viene diffusa, che ne tenesse conto. Dovrebbe essere melodiosa, in maniera da addolcire il suono metallico di coltelli e forchette, senza troppo imporsi, senza volervisi sovrapporre. Riempirebbe i silenzi, a volte pesanti, fra i commensali. Risparmierebbe il solito scambio di banalità. Neutralizzerebbe, nello stesso tempo, i suoni della strada che penetrano, indiscreti, all’interno.

Ottima idea. Perfino piacevole. Ma adesso abbiamo visto come funziona. Passiamo ad altro, per favore.

Per finire, non ce l’ho con il disco di Croaton (liberamente scaricabile qui e di cui potete assaggiare degli estratti qui sotto), che è un gradevole massaggio con un fondo di malinconia. Ce l’ho con la moltitudine.

Estratti:

Frodi Musicali

Dopo la discussione, peraltro molto interessante e per me, fruttuosa, sulla paternità delle opere di Scelsi, ho cercato un po’ per vedere se potessero esistere altri casi paragonabili.

Quando ho cominciato pensavo che in musica non esistessero molte situazioni del genere, almeno in tempi recenti (nell’antichità chissà cosa può essere successo), a meno di non scendere nel campo della musica di consumo nel senso stretto del termine dove è risaputo che gli individui che si presentano in pubblico suonano sempre in playback e sono solo dei front-men perché in realtà gli esecutori sono altri (tipicamente dei session men).

Nella musica classica, a mio ricordo, c’erano solo due casi di una certa importanza, ma entrambi riguardavano esecutori, non compositori, ed entrambi erano delle frodi consapevoli (mi riferisco al caso Joyce Hatto e a quello Schwarzkopf – Flagstad, con alcune note sostituite in una incisione). Invece è bastato cercare un po’ per trovarne parecchi:

Henri Casadesus (1879 – 1947) era violista ed editore musicale, fratello di Marius che a sua volta era lo zio del famoso pianista Robert Casadesus e prozio di Jean Casadesus. Egli fondò la Société des Instruments Anciens con Camille Saint-Saëns nel 1901. La società, che operò tra il 1901 ed il 1939, fu un quintetto di esecutori che suonavano strumenti antichi come la viola da gamba o la viola d’amore.

Il quintetto di dedicò alla riscoperta di opere di musicisti del passato non più eseguite da secoli. Si scoprì poi, che diversi pezzi attribuiti a famosi musicisti del passato, erano invece delle loro composizioni. L’Adélaïde Concerto, da loro attribuito a Wolfgang Amadeus Mozart, era stato scritto da Marius Casadesus.

Sembra invece che Henri fosse il compositore del “Concerto in re maggiore per Viola” attribuito a Carl Philipp Emmanuel Bach, descritto da Rachel W. Wade nell’appendice B del suo Keyboard Concertos of Carl Philipp Emmanuel Bach. Questo concerto apparve nel 1911 in una edizione russa, presumibilmente “trascritta…per piccola orchestra da Maximilian Steinberg,” e venne poi eseguita da direttori come Darius Milhaud e Serge Koussevitsky, e registata da Felix Prohaska e Eugene Ormandy. Nel 1981, Wade scrisse: “al giorno d’oggi, il più eseguito concerto di C.P.E. Bach non è stato scritto la lui.”

Henri è anche accreditato di un concerto di Handel e di un concerto di J.C. Bach, entrambi per viola. Questi ultimi vengono oggi adoperati nell’insegnamento del metodo suzuki per la viola, e vengono detti “The Handel/Casadesus Concerto” e “The J.C. Bach/Casadesus Concerto”.

Si passa, poi a Gaspar Cassadò (1897 – 1966), violoncellista e compositore spagnolo, ricordato perché alcune parti del suo Concerto per violoncello in RE min. e della Suite per Cello solo erano in realtà trascrizioni o rielaborazioni di brani altrui (Ravel, Kodaly), ma questo è un peccato veniale. Cassadò ha scritto molte trascrizioni e variazioni su opere altrui in modo non fraudolento. Tuttavia si è attribuito anche molti brani scritti alla maniera di… che forse lo sono un po’ troppo.

François-Joseph Fétis (1784 – 1871) è stato un musicologo, compositore e docente belga. Autore di parecchi “scherzi” (non nel senso della forma musicale), scrisse un concerto per liuto, peraltro eseguito anche da Sor, attribuendolo a Valentin Strobel.

Ma quello che ha fatto il colpo più grosso è senz’altro il musicologo italiano Remo Giazotto (1910 – 1998) che fu un famoso esperto di Albinoni, al punto tale da scrivere e attribuirgli il celeberrimo Adagio in SOL minore, noto, appunto, come Adagio di Albinoni.

Giazotto dichiarò di essersi limitato a “ricostruire” l’Adagio sulla base di una serie di frammenti di Tomaso Albinoni che sarebbero stati ritrovati tra le macerie della biblioteca di Stato di Dresda – l’unica biblioteca a possedere partiture autografe albinoniane – in seguito al bombardamento della città avvenuto durante la seconda guerra mondiale. I frammenti sarebbero stati parte di un movimento lento di sonata (o di concerto) in sol minore per archi e organo.

In verità, a partire dal 1998, anno della morte di Remo Giazotto, l’Adagio è emerso essere una composizione interamente originale di quest’ultimo, giacché nessun frammento o registrazione è stato mai trovato in possesso della Biblioteca Nazionale Sassone.

Secondo wikipedia, Giazotto è fortemente contestato dagli odierni studiosi di musica barocca, perché più volte accusato di aver prodotto dei veri e propri falsi, specie in ambito vivaldiano.

Lost Lands

cover

A new release from Test Tube.

Italian musician David Fungi returns to test tube with an old and curious recording. ‘Lost Lands’ was recorded nearly 10 years ago in an unusual place for doing so: a cave. Valganna, in Italy, has a series of caves well known for its acoustics, but David chose to record there not only because of that but also because a cave is a mystical an mythological place, believed to be a passage to unknown words, or unknown universes… Jules Verne, the science fiction pioneer, dreamed of it and wrote about it.

Essentially, ‘Lost Lands’ is an experimental piece which travels between a handful of different ‘ambiances’, from drone to calm and meditative based sequences, and near its end you can even feel a short sprout of soft clicks and cuts. This an excellent piece of great experimental music.

Pedro Leitão

Download page is here.

Listen to Lost Lands

The perfect resting place…

logo… for vinyl lovers.

Traggo da Joyello questo interessante annuncio.

Dopo la nostra dipartita, le nostre ceneri, invece che finire sottoterra o disperse al vento, possono essere aggiunte alla pasta di vinile con la quale si stamperà una versione personalizzata del nostro disco preferito.

Da buon megalomane (ma neanche tanto), farei stampare un disco con la mia musica…

Il sito è molto divertente e sconsigliato ai superstiziosi. Il teschietto in basso a destra è il mouse. Inoltre notate la falce a guisa di puntina e la croce con scritto R.I.V. (requiescat in vinyl, I suppose).

Cliccate la morte per andare al sito.

1-Bit Symphony

I casi della vita sono strani.

Tristan Perich sta facendo fortuna con il suo concetto di musica a 1 bit che non è altro che la ripresa, pari pari, della sintesi sonora utilizzata nei primissimi personal computer (il Commodore 64 era già più avanti, ma le sonorità sono simili).

In pratica, si utilizza un piccolo circuito con un flip-flop, cioè un dispositivo che alterna 1 e 0 a intervalli di tempo regolari, generando un’onda quadra. Se, per esempio, il flip-flop alterna uno e zero 440 volte al secondo, si genera un’onda quadra a 440 Hertz, cioè un LA, che però conterrà solo gli armonici dispari (così è l’onda quadra) e un po’ di quelli pari ma solo per distorsione armonica, con effetti temibili già sulle consonanze più lontane di 8va e 5a (ovvero praticamente tutte).

Questo sistema era usato nei vecchi pc per pilotare il piccolo e nefando altoparlante di sistema perché richiede risorse minimali. Era semplice, quindi, costruire circuitini di costo bassissimo in grado di produrre molte onde quadre a frequenze diverse contemporaneamente, come nel famigerato SID del Commodore 64 (il cui nome tecnico era 8580 SID chip, dove la sigla stava pomposamente per Sound Interface Device).

Peraltro, questo tipo di sintesi è già utilizzato da anni dai vari gruppetti che fanno quella che viene chiamata 8-bit music, proprio perché si rifà alle vecchie macchine a 8 bit.

Ora Perich ha ripreso questo disturbante suono realizzando varie installazioni e composizioni, alcune delle quali sono anche strutturalmente interessanti ma, per le mie orecchie, sono indelebilmente marchiate dal suono del C64 che mi fa venire voglia di piazzare un bel filtro passa-basso a valle di tutto l’audio.

La cosa buffa è che, quando eravamo piccoli, di cose del genere ne abbiamo fatte a tonnellate, ridendoci sopra. Però, ripeto, i casi della vita sono strani e oggi la gente trova un gran gusto nel farsi trapanare le orecchie dalle onde quadre.

Non so che dire. Esiste, nella vita, il fascino delle cose antiche riprese e riviste, che è anche quello che spinge della gente a suonare musica antica con strumenti d’epoca e corde di budello che però, proprio perché d’epoca, non stanno accordati per più di 5 minuti, costringendo l’interprete a suonare stonato per metà del pezzo (NB: non ce l’ho con la musica antica ma solo con quelli che fanno come sopra).

Ecco alcuni esempi fra i migliori (ne trovate altri sul suo sito), nonché il video della temibile 1-Bit Symphony.

  • Between the Silences for nine strings, nine-part 1-bit music (2008)
  • All Possible Paths for clarinet, acoustic guitar, cello, double bass, marimba, piano, 5-channel 1-bit electronics (2008), commissioned by Bang on a Can’s People’s Commissioning Fund

Gong

Poul Ruders (1949, Ringsted, Denmark) trained as an organist, and studied orchestration with Karl Aage Rasmussen. Ruders’s first compositions date from the mid-60s. Ruders regards his own compositional development as a gradual one, with his true voice emerging with the chamber concerto, Four Compositions, of 1980. Writing about Ruders, the English critic Stephen Johnson states: “He can be gloriously, explosively extrovert one minute – withdrawn, haunted, intently inward-looking the next. Super-abundant high spirits alternate with pained, almost expressionistic lyricism; simplicity and directness with astringent irony.” Ruders has created a large body of music ranging from opera and orchestral works through chamber, vocal and solo music in a variety of styles, from the Vivaldi pastiche of his first violin concerto (1981) to the explosive modernism of Manhattan Abstraction (1982).

Il bug del copyright

Tempo fa, a uno studente che voleva sapere qualcosa di più su Stockhausen, avevo consigliato di leggere l’Intervista sul genio musicale, un lungo colloquio con il nostro, a cura di Myra Tannenbaum, Ed. Laterza, Bari, 1985.

Qualche giorno fa mi ha scritto che non si trova.

Incredulo, vado a cercare sulle più note librerie online e ha ragione: non si trova da nessuna parte. Allora vado sul sito dell’editore, cerco per titolo e mi esce “Nessun libro trovato”. Il vecchio effetto si ripete. I libri scompaiono, come in Fahrenheit 451 dove vengono bruciati, solo che stavolta a farli sparire non sono i pompieri, ma gli avvocati con il supporto delle leggi sul copyright.

Questo effetto combinato del mercato e del copyright è demenziale. Intere biblioteche composte da tutto ciò che è stato stampato, ma che non può contare su un mercato planetario, sono state ingoiate dal buco nero del copyright a causa di una legge che anni fa, tutto sommato, era ragionevole, ma che in seguito a una serie di estensioni, si è trasformata in un killer culturale.

Facciamo un esempio prendendo proprio il già citato Fahrenheit 451. Ray Bradbury lo ha pubblicato nel 1953. Secondo la legge dell’epoca, sarebbe diventato di dominio pubblico, al massimo quest’anno, nel 2010. Nel ’53, infatti, secondo la legislazione americana, il copyright si estendeva per 28 anni, con la possibilità di un rinnovo altrettanto lungo (totale 56 anni).

Questa possibilità dell’opt-in era molto importante. Dopo 28 anni, infatti, doveva presentarsi un editore intenzionato ad usufruire di questa opzione e quindi, si presume, a sfruttare commercialmente l’opera. In caso contrario, il copyright decadeva.

Era un buon sistema per far sì che le opere che avevano acquisito una popolarità duratura continuassero ad essere sul mercato, mentre per quelle di minore impatto mercantile, si aprivano le porte del pubblico dominio e della circolazione privata fra gli interessati. In effetti, questo era il destino del 93% dei libri, mentre solo sul 7% si esercitava il rinnovo.

Le estensioni approvate via via negli anni hanno portato la durata del copyright a sfiorare il secolo (se nulla cambia, Fahrenheit 451 entrerà nel pubblico dominio nel 2049), ma, cosa ben peggiore, hanno tolto la consuetudine dell’opt-in, per cui tutto è automaticamente copyrighted per il periodo fissato.

La cosa più assurda, comunque, è il fatto che il diritto permane anche se il detentore non fa nulla per rendere disponibile sul mercato l’opera. Questo fatto danneggia chi la vuol leggere, ma anche l’autore o i suoi eredi, che potrebbero, invece, cercare di ricavarne qualcosa.

Infine, l’unico modo in cui il mio studente può leggere l’intervista con Stockhausen è farsela prestare o, se vuole averne una copia, commettere un reato.

Bombardato due volte

Yamaguchi TsutomuIl 4 Gennaio di quest’anno è morto Tsutomu Yamaguchi (山口 彊, 16 March 1916 – 4 January 2010), una delle poche persone ad aver subito due bombardamenti atomici ed essere sopravvissuto.

Yamaguchi era a Hiroshima il 6 agosto 1945 per un viaggio di lavoro per la società per cui lavorava, la Mitsubishi Heavy Industries. Stava scendendo dal tram quando la prima bomba atomica, Little Boy, fu sganciata sulla città.

L’esplosione gli provocò notevoli lesioni, distrusse i suoi timpani, lo accecò seppure temporaneamente e gli lasciò serie ustioni sulla metà superiore sinistra del suo corpo. Fu avvolto in bendaggi per le sue ferite e divenne completamente calvo.

Trascorse la notte successiva in un rifugio antiaereo prima di tornare alla sua città natale, Nagasaki, il giorno seguente. Yamaguchi stava spiegando ai suoi supervisori quanto vicino alla morte era stato, quando, a circa 3 km di distanza, fu sganciata la seconda bomba, Fat Man.

Anche questa volta sopravvisse. Nel 1957 gli venne riconosciuto lo status di hibakusha (vittima dell’esplosione) per la bomba di Nagasaki. Per molti anni tenne per sé la sua storia. Solo a ottant’anni scrisse un’autobiografia riguardante la sua esperienza e fu invitato a partecipare ad un documentario (nel 2006) intitolato Nijuuhibaku (“Bombardati due volte”) sulle 165 persone vittime di entrambe le bombe atomiche giapponesi.

Ombre

Una rimarchevole iniziativa dell’artista giapponese Tatsuo Miyajima.

Memore delle persone vaporizzate dall’atomica su Hiroshima, che di loro ha lasciato solo un’ombra su un muro, ha creato il Peace Shadow Project, un sito a cui tutti possono inviare la propria foto che viene poi trasformata in un’ombra e firmata (in seguito si può visionare l’immagine e anche cambiarla).

Il sito è un impressionante slide show delle immagini di tutte queste persone che si trasformano gradualmente in un’ombra blu, accompagnato da una gradevole musica d’ambiente. Un’idea semplice, realizzata in modo raffinato (c’è un team non banale, dietro) che, senza tante complicazioni, trasmette un’emozione immediata.

Un’ottima dimostrazione di come si possa utilizzare il web per fini creativi, artistici e sociali.

Peace Shadow Project

Here is a remarkable initiative by the Japanese artist Tatsuo Miyajima.

Mindful of the people of Hiroshima vaporized by the atomic bomb leaving only a shadow on a wall, she created the Peace Shadow Project, a website where everyone can send his photo that is converted into a shadow and signed.

The site is a very impressive slide show made by the pictures of all these people gradually transforming into a blue shadow, with a pleasant ambient music. A simple idea, very well realized and arousing a deep feeling.