Musica Arte Tecnologia Storie Estreme

7

Aug

Inherent Vice

Scritto da:Mauro Graziani @ 2009.08.07.00.01.41 — Archiviato in: Letteratura

Il nuovo libro di Thomas Pynchon, Inherent Vice, è uscito qualche giorno fa (il 4) negli USA.

Mi ha sorpreso il fatto che esiste il trailer, ed è pure bello. E mi chiedo se la voce narrante possa essere proprio la sua. Di questo scrittore, ormai di culto, che è un fantasma perché non si fa mai vedere (è letteralmente svanito fin dagli anni ‘60).

Pynchon non ama rivelarsi al pubblico se non attraverso le sue opere, tanto che anche in wikipedia c’è solo una sua foto da giovane e se lo cercate in Google image, trovate sempre quelle 3/4 immagini da ragazzino.


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26

Jul

Diritti digitali?

Scritto da:Mauro Graziani @ 2009.07.26.17.16.02 — Archiviato in: Copyright

coverVenerdì 17 Luglio
Giorno sfortunato di nome e di fatto per centinaia di possessori di Amazon Kindle, il lettore di e-book di Amazon, che scoprono che due libri di George Orwell regolarmente acquistati e pagati, uno dei quali, ironicamente, è 1984, sono scomparsi dal loro lettore, lasciando al loro posto solo una lettera di scuse e un buono di acquisto pari al valore pagato.

Cos’è successo? Una semplice disputa legale con i possessori dei diritti ha fatto sì che Amazon decidesse di interrompere la vendita dell’edizione elettronica e di conseguenza, cancellasse da remoto tutte le copie già vendute e conservate sul lettore dei clienti, sostituendole con un buono acquisto di pari valore.

In pratica, è come se gli agenti di una libreria penetrassero nottetempo nelle case dei clienti per ritirare le copie di alcuni libri appena venduti, lasciando al loro posto un buono.

Ma può? Certo. Il DRM consente questo ed altro. La cosa “divertente” è che ai clienti di Amazon ed altri sistemi di e-book del genere è stato raccontato che i libri in forma digitale sono come quelli stampati, anzi migliori.
Poi, però, l’utente ha scoperto che, una volta letti, non li può né vendere né prestare perché girano solo sul suo lettore. Adesso scopre anche che, se il venditore ci ripensa, possono anche sparire.

Morale? Non comprate niente in forma digitale prima di essere sicuri che sia privo di lucchetti e che possa essere spostato su qualsiasi macchina.

Qui la notizia sul New York Times


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16

Jul

I confini dell’evoluzione

Scritto da:Mauro Graziani @ 2009.07.16.01.43.07 — Archiviato in: Letteratura

coverNella calde sere d’estate si rilegge e questa è una rilettura di un romanzo di grande suggestione. Ian McDonald, I confini dell’evoluzione, collana Solaria, Fanucci editore, 2003 (orig. Evolution’s Shore, 1995), 458 pagg., € 16.

Un meteorite composto di materiale biologico piomba nel cuore dell’Africa. È il Chaga, che tutto ingloba senza distruggere nulla. Il Chaga deforma il nostro ambiente e lo rimodella secondo una propria biologia compatibile con la nostra, ma nuova e sconosciuta. Provoca repulsione in alcuni e affascina altri.

Non è qualcosa che distrugge, ma qualcosa che cambia profondamente l’ambiente. E si espande gradualmente. Una zona di alienazione che per alcuni equivale ad un nuovo Eden. A un rapporto molto più diretto fra l’uomo e la natura “Al di là del denaro, dell’energia, delle telecomunicazioni, delle ricevute delle tasse, al di là delle ipoteche, dei prestiti bancari, delle pensioni e delle assicurazioni.”

Un cuore di tenebra in cui si può vivere e a cui si può sopravvivere. Qualcuno va e resta, ma qualcun’altro va torna dal Chaga, ma ne esce anche visibilmente cambiato.

Il Chaga mantiene e nutre ciò che ne fa parte, imparando da ciò che ingloba e sintetizzando nuovi micro ambienti per permettere a tutte le entità biologiche di sopravvivere, sia pure diverse, cambiate, in una simbiosi che comporta anche una nuova organizzazione sociale: “l’abbondanza del Chaga era la negazione del consumo capitalista…”


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14

Jul

L’altra faccia della realtà

Scritto da:Mauro Graziani @ 2009.07.14.02.43.28 — Archiviato in: Letteratura

millemondi_48È il titolo dell’Urania che sto leggendo (Millemondi num. 48, estate 2009, titolo originale Year’s Best SF #11).

31 racconti brevi (a volte molto brevi) e una introduzione, per 475 pagine, il che dà una media di 14.84375 pagine per racconto. Ma la varianza è elevata: ci sono racconti di 2.5 pagine; solo alcuni arrivano a 20; soltanto uno arriva a 50. Prezzo ragionevole: €5.50. L’ideale per la spiaggia, oppure per chi, come il sottoscritto, viaggia in treno tenendo corsi estivi di informatica musicale.

Il panorama degli autori è notevole, anche se, con la solita infamia tipica di Mondadori, il sottotitolo meriterebbe una condanna per pubblicità ingannevole. Infatti recita: “i migliori racconti dell’anno”, facendo pensare, ovviamente, all’anno scorso, mentre, né in copertina né in quarta si accenna al fatto che l’anno è il 2005. Te ne accorgi solo attaccando l’introduzione che, peraltro, è quella originale dei curatori David G. Hartwell e Kathryn Cramer.

Al di là di questa “piccola idiozia”, che comunque testimonia uno scarso rispetto per il lettore, i racconti sono piuttosto belli, stimolanti e rappresentativi delle tendenze recenti della SF.

Sono molti anni, ormai, che la fantascienza non è più una rivisitazione della vecchia contrapposizione cowboy contro indiani, ma negli ultimi tempi le sue ramificazioni si sono moltiplicate e allargate a dismisura. Se da Dick in poi, SF è anche un presente alternativo, da Gibson in poi, SF è anche un presente tout court, una possibile piega di un domani molto vicino.

Così i racconti di questa raccolta vanno dalle utopie possibili, agli effetti delle droghe sintetiche fino ai problemi della comunicazione aliena e alle tematiche più classiche della fantascienza di avventura e di esplorazione. D’altra parte, il racconto è sempre stato la spina dorsale della SF ed è così anche oggi grazie alle riviste online.

Fra i nomi spiccano Bruce Sterling, Greg Bear, Gregory Benford, Peter F. Hamilton, Vonda N. McIntyre, Rudy Rucker, Ted Chiang, Stephen Baxter, Joe Haldeman e altri, meno affermati, ma spesso sorprendenti.

A tutti gli autori è dedicata una pagina di presentazione completa di indicazione del loro sito.


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3

Dec

Testi e dischi

Scritto da:Mauro Graziani @ 2008.12.03.00.01.33 — Archiviato in: Contemporanea

Dunque, su involontario sollecito di un lettore (Riccardo), ho pensato di iniziare a costruire una lista di testi e dischi utili sia per chi lavora nell’area della musica elettronica e contemporanea che per il semplice ascoltatore. Qui in Italia, purtroppo, dopo un primo periodo intorno agli anni ‘60, in cui parecchi testi venivano scritti o tradotti, abbiamo assistito a un diradarsi delle pubblicazioni di questo tipo.

L’idea, quindi, è cominciare con i testi e creare una pagina simile a quelle delle partiture online in cui possiate segnalare, con due righe di commento, libri che dividerei in due categorie:

  • Storia e musicologia
    Testi di cultura generale musicale, utili sia all’addetto ai lavori che all’appassionato
  • Tecnica
    Testi che richiedono conoscenze tecniche nel campo della musica strumentale e/o elettronica, utili, in linea di massima, ai soli addetti ai lavori.

La pagina la trovate elencata a destra: Musica contemporanea: testi. Contribuite usando i commenti. Grazie.


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1

Nov

Music 2.0

Scritto da:Mauro Graziani @ 2008.11.01.00.01.58 — Archiviato in: Letteratura, Mercato, Musica, Società

music 2.0Il nuovo libro di Gerd Leonhard, quello de Il futuro della musica (con David Kusek) di cui abbiamo parlato qui, pubblica ora una raccolta di saggi sullo stesso tema intitolata, con poca fantasia, Music 2.0, distribuito in Creative Commons e scaricabile gratuitamente qui (pdf).

E questo è il sito del libro.


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11

Sep

Un paese di spie

Scritto da:Mauro Graziani @ 2008.09.11.00.47.32 — Archiviato in: Letteratura

guerrerosOgni tanto è giusto parlare un po’ anche di libri, visto che la lettura è la mia seconda attività asociale, dopo il computer.

Come mi ha fatto giustamente notare un amico, ormai Gibson ambienta le sue storie in un quasi-presente invece che in un più o meno lontano futuro. Io aggiungo che sembra molto più interessato a fare saggistica piuttosto che narrativa, cioè a spiegare come si muovono o funzionano alcune cose, più che raccontare storie. Con questo, i suoi libri non diventano meno leggibili: semplicemente cambiano genere e sono più interessanti che coinvolgenti.

Qui, in Guerreros, troviamo quattro individui di diversa estrazione: una ex cantante rock riciclatasi come giornalista che si trova a lavorare per una nuova rivista che forse non è solo una rivista; un tossico di fascia alta in mano a una non ben determinata agenzia governativa; un piccolo delinquente esule cubano che trasporta informazioni per una non specificata mafia e un programmatore di alto bordo, esperto in realtà virtuali e applicazioni geospaziali, che non dorme mai nello stesso quadrato di una griglia gps (e non “nello stesso posto”, come dicono 3/4 dei commentatori e le stesse note di copertina).

Tutti costoro sono impegnati a seguire le tracce di uno stramaledetto container che qualcun altro sta spostando continuamente. Il perché viene rivelato solo alla fine, quindi non ve lo dirò, però è interessante notare come la storia e quindi anche il finale, in fondo siano secondari rispetto alla descrizione dei personaggi e dell’ambiente in cui si muovono.

Se vogliamo, l’intreccio, la storia, è debole. Non lo è, invece, la descrizione degli effetti socioculturali della tecnologia. L’idea dell’arte locativa, in pratica una scultura virtuale che la gente vede soltanto recandosi in un certo luogo e indossando un apposito casco collegato a un PC, per esempio, è notevole. In effetti, lo stesso Gibson dichiara

If the book has a point to make where we are now with cyberspace, is that cyberspace has colonized our everyday life and continues to colonize everyday life.

Anche l’integrazione degli Orisha nella storia, una invenzione dell’autore fin da Giù nel Ciberspazio, raggiunge qui un livello significativo e non forzato, come poteva sembrare nei lavori precedenti.

La forma è quella attualmente prediletta da Gibson, tipica più della TV che del film: storie parallele narrate frame by frame, un pezzettino per ciascuna che, se ci pensate, è la forma delle soap opera da Dallas in poi. Storie parallele che a tratti si incrociano, si toccano o semplicemente si sfiorano, per unirsi solo nel finale.

Anche in questo senso il romanzo è debole. Ci si aspetterebbe una forma non dico innovativa, ma almeno un po’ più contemporanea. Però è quella che ultimamente va di moda nella fantascienza.

Infine, due parole su questa demenziale abitudine, non solo italiana, di cambiare i titoli senza alcuna ragione apparente (in Francia si intitola Code Source). Sicuramente, nella testa di un executive della casa editrice, una qualche ragione ci sarà, ma a me sfugge. Non mi sembra nemmeno che il titolo italiano sia più bello o più evocativo. Il titolo originale è Spook Country che, a mio avviso, non significa Un Paese di Spettri, come molti traducono. Spook vuol dire, sì, fantasma in inglese, ma in americano ha assunto il significato di spia, così la traduzione è Un Paese di Spie. L’essenza di un libro in cui tutti spiano e sono spiati. Molto più bello.


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7

Sep

Ah Pook Is Here

Scritto da:Mauro Graziani @ 2008.09.07.00.01.50 — Archiviato in: Letteratura, Videoarte

Ah PuchInfine parliamo anche di William S. Burroughs (1914 - 1997), uno degli scrittori che amo di più.

Ah Pook Is Here (trad. È arrivato Ah Pook, SugarCo) era stato progettato in origine (1970) come un libro illustrato sul modello dei superstiti codici maya. L’artista inglese Malcolm Mc Neill doveva disegnare le illustrazioni e Burroughs il testo.

Cominciò ad essere pubblicato con il titolo di The Unspeakable Mr. Hart sotto forma di fumetto sulla rivista Cyclops. Quando Cyclops chiuse, Burroughs e Mc Neill continuarono a sviluppare il progetto che divenne un libro fatto di testo e immagini di circa 120 pagine, alcune delle quali erano solo testo, altre solo immagini e altre ancora miste. In questa versione venne pubblicato nel 1971 da Straight Arrow Books in San Francisco.

In seguito (1973-1975), Mc Neill raggiunse Burroughs in America  per continuare a lavorare al libro, ma nel frattempo Straight Arrow Books chiuse e i due non riuscirono a trovare un editore per quest’opera dal formato così strano di cui alla fine, nel 1978, venne pubblicato il solo testo. La versione italiana è interessante perché contiene anche varie pagine di illustrazioni, sia pure in formato ridotto.

Ah Pook del titolo è una translitterazione di Ah Puch, dio della morte nella cultura Maya e re di Metnal, il nono livello del mondo sotterraneo Xibalba, luogo di oscurità e freddo. L’intero testo è sulla morte e come altri testi di Burroughs, è incredibilmente ricco di idee e suggestioni, tanto da ispirare altri artisti.

Qui, infatti, vediamo un breve film di animazione diretto da Philip Hunt nel 1994 con l’ormai famosissima voce di Burroughs e la musica tratta dall’album “William S. Burroughs - Dead City Radio“, Track 4 - “Ah Pook The Destroyer / Brion Gysin’s All-Purpose Bedtime Story“, composta ed eseguita da John Cale.
Il film rappresenta bene parte dell’universo immaginifico e paranoico di Burroughs ed è stato premiato al Dresden Film Festival 1995 e all’Ottawa International Animation Festival 1994.


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23

Aug

Il mondo senza di noi

Scritto da:Mauro Graziani @ 2008.08.23.00.01.21 — Archiviato in: Letteratura

Vedo che non sono l’unico ad avere di queste curiosità.

È uscito in paperback il libro “The World without us” del divulgatore scientifico Alan Weisman. Le sue profezie sono decisamente pessimistiche:

With no one left to run the pumps, New York’s subway tunnels would fill with water in two days. Within 20 years, Lexington Avenue would be a river. Fire- and wind-ravaged skyscrapers would eventually fall like giant trees. Within weeks of our disappearance, the world’s 441 nuclear plants would melt down into radioactive blobs, while our petrochemical plants, ‘ticking time bombs’ even on a normal day, would become flaming geysers spewing toxins for decades to come… After about 100,000 years, carbon dioxide would return to prehuman levels. Domesticated species from cattle to carrots would revert back to their wild ancestors. And on every dehabitated continent, forests and grasslands would reclaim our farms and parking lots as animals began a slow parade back to Eden.


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2

Nov

Cell

Scritto da:Mauro Graziani @ 2007.11.02.00.24.34 — Archiviato in: Letteratura

CellNella bolgia dei libri d’autunno, la mia bolgia, perché l’autunno è un momento in cui compro molti libri, soltanto adesso sono riuscito a leggere questo Cell di Stephen King.
King ha immaginazione. E non costringendosi entro le mura della realtà, la sua immaginazione può creare paesaggi affascinanti e/o terrorizzanti.

In Cell, un segnale trasmesso simultaneamente su tutta la rete dei cellulari spazza via in un istante qualsiasi substrato culturale dal cervello di chi fa una chiamata, riducendolo agli istinti primordiali: uccidere e sopravvivere. Una colossale formattazione gobale.
Naturalmente, data la diffusione di questi malefici oggetti, l’umanità rimasta tale è in minoranza e costretta a nascondersi e a spostarsi di notte per sfuggire all’aggressività dei “phoners”, i quali, però, non rimangono a lungo a questo livello neanderthaliano. Si scopre in breve che quello che hanno subito è stato un reboot, una ripartenza con un programma nuovo. Comunicano per via telepatica, si riuniscono in stormi, come gli uccelli che si muovono in gruppi sincronizzati, apparentemente senza comunicazione alcuna.

In questo caos, si muove il protagonista, come al solito, in King, un alter ego dell’autore (stavolta non è un romanziere del Maine, ma un fumettista del Maine) il cui scopo è attraversare il paese per raggiungere e sperabilmente salvare il figlio, un ragazzino di 10 anni, probabilmente ormai un phoner integrale, mentre quel che resta dell’umanità normale viene indirizzata verso una zona in cui non c’è campo.
Ma il cuore del romanzo non è la resistenza al cambiamento e nemmeno la ricerca della salvezza. Sono loro, i phoners. Una nuova umanità creata per via tecnologica, una nuova razza.

Un romanzo simpatico, facile e a tratti affascinante, di cui si possono dare innumerevoli interpretazioni, dall’apocalittico all’integrato.
Ma anche se non viaggia sulla rete dei cellulari, non possiamo fare a meno di notare che un segnale capace di riformattare il cervello esiste già e si chiama televisione.


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