Ma la musica elettronica esiste?

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Published on: 6 April 2006

True electronic music does not imitate the classical orchestra or lend well worn melodies the cloak of unexpected timbres – it exists to evoke the hitherto unknown. And it comes from circuits and wires, though I do not believe that electronic sound is “unnatural”, as some people might.
La vera musica elettronica non imita l’orchestra classica e non presta un mantello di timbri inattesi a melodie ben formate – essa esiste per evocare ciò che fino ad ora è sconosciuto. E nasce da circuiti e cavi, ciò nonostante io non credo che il suono elettronico sia così “innaturale” come qualcuno pensa.
[David Lee Myers, 1988]

Credo di poter tranquillamente dire che queste parole sono condivise, almeno in linea teorica, dalla maggior parte dei compositori che lavorano nell’area della musica elettronica (o della musica digitale, visto che l’elettronica analogica praticamente non esiste più).
Personalmente le condivido. Tuttavia, dopo un primo periodo decisamente improntato alla sperimentazone, mi sembra che la situazione attuale veda un momento di riassorbimento della musica elettronica nell’area della musica strumentale sia sotto il profilo dell’esecuzione che sotto quello dell’estetica.
Mi rendo conto che può trattarsi semplicemente di un periodo di assestamento benefico che può portare all’entrata della musica elettronica nella più generale concezione di “musica”, ma, in ogni caso, la mia impressione è che, in questo processo, qualcosa di importante vada perso.

Il problema dell’esecuzione

Per quanto riguarda l’esecuzione, è sempre piuttosto difficile, almeno in Italia, proporre concerti di sola musica elettronica, senza strumentisti live. Qualcuno sostiene trattarsi di una necessità connaturata alla fruizione musicale. Può darsi. Ma si tratta di una necessità reale, cioè legata alla qualità della musica prodotta oppure soltanto psicologica, determinata dal fatto che il pubblico non accetta di rivolgersi a un palco vuoto?
Per quanto mi riguarda, propendo per la seconda ipotesi. Racconto una mia esperienza. Una volta ho eseguito in concerto un brano elettronico suonando in playback. Per dirla in termini terra-terra, mi sono presentato su un palco con un computer, un mixer e qualche altro ordigno che ho manipolato dal vivo con mosse collegate alla musica che in realtà il computer stava riproducendo senza nessuna partecipazione da parte mia, leggendo un file.wav (inutile chiederlo; non dirò mai quando è stato). La cosa è perfettamente possibile e molto facile, se pensate che in entrambi i casi (CD o esecuzione live) il suono esce solamente dalle casse.
In quell’occasione il mio brano ha avuto un buon successo, che non so se avrebbe avuto in egual misura se fosse stato proposto come una riproduzione da CD. Ma quello che mi ha veramente colpito è stato il fatto che alcune persone, musicalmente non ingenue (anche qualche compositore), che conoscevano il pezzo per averlo ascoltato a casa propria su CD, sono venute a complimentarsi dicendomi che quel brano, eseguito dal vivo, acquistava una grande intensità rispetto alla versione registrata, mentre ovviamente era perfettamente identico.
Ora, cercate di capire: in quell’occasione non ho voluto prendere in giro nessuno. Si trattava di un esperimento che, ammetto, è andato al di là delle mie aspettative, ma mostra ancora una volta quanto la nostra percezione della realtà sia confusa.
In realtà quelle persone non sono stupide. Semplicemente era la prima volta che sentivano il brano a un volume da concerto, in una sala con buona acustica e con 4 ottime casse, trovandosi, quindi, totalmente avvolte nel suono, invece che in una situazione casalinga con solo 2 casse frontali, di solito piccole, non eccelse e soprattutto a volume medio-basso.
Tutto ciò mi porta a concludere che la difficoltà di accettazione dell’esperienza acusmatica (ascolto del suono isolato da un contesto visivo: acusmatiche erano le lezioni di Pitagora che parlava ai discepoli nascosto da una tenda perché potessero concentrarsi esclusivamente sulle sue parole) sia principalmente di carattere psicologico. Ovviamente mi piacerebbe sentire molte altre opinioni.

Il problema estetico

Il problema estetico si può riassumere in queste parole: nel comporre un brano elettronico deve essere cercata una estetica specifica alla musica elettronica, strettamente legata allo strumento elettronico e da quest’ultimo determinata? Magari anche a costo di rinunciare a una maggior facilità di ascolto?
Se, per esempio, penso a un pezzo storico come Kontakte, vedo una grande coerenza compositiva in cui la scelta del materiale di base e della tecnica di sintesi determinano in gran parte il risultato finale.
Al contrario, ultimamente mi capita molto spesso di ascoltare brani per strumenti ed elettronica in cui quest’ultima è piegata alle esigenze strumentali, a cominciare dall’uso del sistema temperato fino alla costruzione dei suoni. In questa situazione l’elettronica è vista come un allargamento delle sonorità strumentali, ma non sviluppa un discorso autonomo.
Nello stesso tempo, sento delle composizioni strumentali che, dal punto di vista teorico, verrebbero molto meglio se fossero fatte con l’elettronica. Consideriamo, per esempio, la musica spettrale francese. Ora, io apprezzo questo tipo di musica, la ascolto volentieri e spesso mi piace. Quando, poi, guardo le partiture, le vedo piene di quarti di tono che l’esecutore, per quanto preparato, esegue sempre vagamente e non tutti.
Allora ne deduco che, rispetto ai suoi presupposti teorici, la musica spettrale è una farsa oppure la nozione di “spettralità” è soltanto una fonte di ispirazione perché è inutile pretendere che uno strumentista piazzi una nota sull’11mo armonico di un DO, cioè esegua un FA# calante di una quantità che è oltretutto diversa dal quarto di tono. Evidentemente questa musica sarebbe molto più coerente con la propria teoria di base se fosse elettronica. Questa cosa mi sembra così evidente che mi chiedo se la rinuncia all’elettronica da parte di questi compositori sia dettata da incapacità, necessità (non si vive senza dare una partitura agli editori) o scelta personale.
E di conseguenza mi chiedo anche se la musica elettronica come io la concepisco, cioè come mezzo espressivo autonomo, portatore di una propria estetica, eventualmente utilizzabile insieme agli strumenti tradizionali, ma senza perdere le proprie caratteristiche, esista ancora.

Le domande

In pratica, alla luce di queste considerazioni, gli argomenti di riflessione, su cui sollecito un intervento sia da parte dei compositori che degli studenti (ma anche da chiunque si interessi alla musica) sono i seguenti:

  1. Attualmente è concepibile una musica priva di esecutore visibile o no?
  2. Una estetica propria della musica elettronica e ad essa specifica è ancora possibile?

Mi piacerebbe qualche risposta (potete anche dire che sono sbagliate le domande…)

9 Comments
  1. Fede says:

    Per come son formulate le domande, direi che la risposta alla prima può essere positiva: quasi tutta la musica da ballo degli ultimi due decenni è elettronica e senza performers in vista. Certa musica elettronica di CONSUMO ha peraltro estetiche piuttosto specifiche e non immediatamente imparentabili con il tonale/metrico/ecc…
    Sul versante colto non saprei esprimermi e mi scuso quindi della divagazione.
    P.S Mauro!Io ti ricordo (in una situazione peraltro poco accademica) quando facevi partire un DAT e giocavi con un solitario sul laptop clickando a tempo 😉

  2. Mauro says:

    Ciao Fede!

    quasi tutta la musica da ballo degli ultimi due decenni è elettronica e senza performers in vista

    E’ vero, ma è musica con una funzione che in un certo senso è extra-musicale. Anche nella musica liturgica è normale non vedere l’esecutore.
    Per quanto riguarda la faccenda det DAT, anche quella è vera, ma in quel caso ero su un palco con altra gente e la mia funzione era solo quella di controllare le basi…

  3. Joyello says:

    Io credo che si cominci a sentire il desiderio di fruire della musica elettronica dal vivo in maniera un po’ meno convenzionale e, concedetemelo, più corretta.
    Se, fino ad oggi, almeno un “operatore” era presente sul palco, credo che entro breve non mancheranno i concerti (anche di musica pop) in cui se ne potrà fare a meno.
    Un esempio lampante, fatto di date sold-out in tutto il mondo è rappresentato dal concerto dei Kraftwerk che, durante l’esecuzione di “The Robots”, lasciano che quattro ‘manichini-finti-robot’ prendano il posto dei quattro esseri umani sul palco. In quell’esatto istante è lampante e sotto gli occhi di tutti che, pur essendo stata fondamentale l’opera dell’uomo in fase di composizione, in quel contesto non è più necessaria e le “macchine” possono suonare da sole.
    Altri musicisti (fennesz, alva noto, pan sonic) dell’area del pop d’avanguardia sono indirizzati in questo senso. Christian Fennesz, ad esempio, dice di aver inserito qualche parte di chitarra nel suo recente “Venice” solo per ‘giustificare’ la sua presenza sul palco durante i live.
    Siamo ancora in un momento in cui chi decide di andare a un concerto, si aspetta di trovarci un esecutore. Ma forse tra un po’ non sarà più così scontato.
    D’altronde se il sistema tradizionale di notazione è stato costretto a un rinnovamento, non vedo come non possa accadere anche per la sua fruizione.
    Già negli anni 50 e 60, quando cercò di farsi largo il concetto di musique concrete, le composizioni venivano rappresentate in contesti di fruizione artistica nella quale l’interprete “umano” non c’era. Il più delle volte c’erano solo una radio, strambe apparecchiature e degli altoparlanti.
    Ecco quei tempi pioneristici, comunque sempre ed ancora oggi presentissimi nelle installazioni sonore dell’arte contemporanea, stanno, probabilmente per diventare più tollerati.

  4. Joyello says:

    Ah, poi mi permetto di dissentire sulla frase:
    “quasi tutta la musica da ballo degli ultimi due decenni è elettronica e senza performers in vista” dal momento che i DJ sono performe a tutti gli effetti che lavorano con la musica registrata (i dischi e altri supporti digitali) missandola e impastandola per farne un prodotto molto diverso da quello che era in origine.
    🙂

  5. Fede says:

    mah sui Dj un po’ dissento un po’ no, dipende MOLTO dal Dj, peraltro non ho considerato nemmeno le cubiste ;-P
    Per quanto riguarda i Kraftwerk, nonostante “The Robots” sono un gruppo molto performativo.
    La constatazione semplice potrebbe essere che il fruitore necessita in genere di occupare anche la vista (constatazione che ad esempio nel rock è assolutamente banale), quindi una sala da concerto con una persona che schiaccia play sul palco potrebbe non funzionare troppo, mentre una situazione (un’installazione) che offra anche qualcosa di visivo raccoglie generalmente molto più interesse.
    andare ad un concerto ha un significato che va parecchio al di là dell’ascoltare musica, non penso cheesista ancora una razza di ascoltatori così pura da andare ad ascoltare musica riprodotta, fuori dalla propria casa, se non per motivi extra-musicali…mah

  6. >>>>>>>>>>>domanda 1. (sul suono dal vivo…)
    Si e No.
    Vi sono mille modi di vivere la musica in un concerto- evento-sociale,
    da parte di chi appare o non appare come esecutore o programmatore, e da parte di chi frequenta l’evento in qualità di pubblico.

    Se è musica, preferirei dire “suono” che ha una funzione di massa (liturgia, ballo, autoipnosi, trans, orgia, ed anche .. treno, aereoporto, telefono, radio, televisione) è chiaro che la presenza di un esecutore visibile rimane di dubbia necessità.
    La comunicazione in questo senso è infatti unilaterale: dal trasmettitore al pubblico
    (anche per un grande concerto rock si assiste a questo tipo di struttura, una specie di vibrazione-unisono alla quale tutti nel pubblico devono rispondere similmente,
    identificandosi con chi sta sul palco… una specie di dittatura….).

    Se è musica di altro genere….da fruire più liberamente…da condividere con gli artisti che l’hanno creata o la creano in tempo reale il discorso cambia. Di questa musica ne resta molto poca nel mondo di oggi:
    le previsioni di G.Orwell si sono avverate sotto una forma che pare più leggiera, ma è invece sottilmente e ambiguamente presente a livelli più profondi di quanto si pensi. Il più delle musiche, compresi i Kraftwerk…, sono solo musiche del sistema
    travestite da altro… …ma c’è chi fa dell’altro(non mi dilungo ma si stanno rivelando forme nuove di fruire in piccoli gruppi nelle grandi metropoli….la gente cerca la comunicazione più autentica. ( mica sono tutti degli automi come i “we are the robots” tedeschi che da carl-heinz non hanno imparato un fico a parte fare trend con i sequencers)

    Certo è che interpretare musica o crearla ex-novo sul posto(sia con strumenti
    elettronici o acustici,qui non faccio differenza) dovrebbe essere il modo almeno
    in origine di prendere delle decisioni, fare delle scelte, influenzate dall’ambiente occasionale nel quale si suona.
    La musica preregistrata ha questo limite: non si questiona sul dove e come.
    Come un quadro di un pittore, o un romanzo. Se invece paragoniamo la musica al teatro vedremo come sia importante l’interpretazione e l’interazione con il pubblico.
    Il PUBBLICO può far fatica a stare seduto fermo ad ascoltare, specialmente
    oggi. Siamo abituati a fare zapping, ad ascoltare un disco quando vogliamo e a fermarlo a piacere. In una performance si deve creare la situazione per tendere l’attenzione. A volte è sufficiente il suono, a volte no, il gesto o la luce, o altri elementi possono aiutare (anche un sub-woofer che fa vibrare le sedie….ossia suono ancora.)

    Nel mio lavoro per Disklavier mi sono trovato davanti a questi paradossi… infatti dal vivo quelle musiche sono abbinate a creazioni video e performance…ossia è un’altro tipo di evento, non più un concerto per piano-automata (che per più di 15 persone non ha molto senso).

    >>>>>>>>>>Domanda 2.

    Estetica di una musica elettronica?
    Ognuno si costruisca la propria. Quella classica (Kontacte e company) è
    decisamente fuori…appartiene a quell’epoca, ossia è già storia.
    I contesti e le esigenze sono cambiati.
    Vedo la maggior parte degli amici compositori che ho in Europa usare
    l’elettronica in vari modi… in genere funzionali rispetto all’esigenza
    di un determinato progetto. Ne deduco alcuni possibili punti di estetica:

    A. Simulare strumenti. A primo acchito sembra assurdo, ma può servire in un questionante dialogo surrealista con quelli veri sul palco. Anche i suoni
    “brutti” di un casio sono suoni….

    B. Sugli spettralisti sono daccordo con Mauro.
    Io sono per una scrittura relativamente semplice ma efficace con gli strumenti.
    È importante lavorare con i”propri” musicisti, il resto è una forma di globalizzazione del linguaggio (promossa in certo modo dall’editorialismo…) micro-toni compresi.
    Meglio fare pezzi su misura per musicisti e gruppi di simpatici ed amichevoli collaboratori con i quali poter lavorare più volte (vedi Nono con Kremer).
    Non sempre i “solisti famosi” sono buoni collaboratori. Al contrario collezionano pezzi e basta, lavorano in serie, senza idee poetiche ed esteiche. (i soliti musicisti
    tipo cantanti d’opera…)

    C. L’elettronica è un ponte magico tra la realtà e l’impossibile.
    Con il suono preregistrato si possono creare ambiguità incredibili e magiche lungo il filo delle quali si muovono in bilico gli strumenti acustici (o elettroacustici…).
    Le possibilità poetiche sono infinite.

    D. Il REAL-TIME non è necessario, ma è necessaria l’intelligenza…
    provate ad immaginare un pezzo elettronico che parte dai rumori della
    gente (o lo scricchiolio di quelle sedie) che c’è in sala prima di incominciare…

    ho finito grazie per l’attenzione

  7. Tante informazioni sull’estetica della musica elettronica e i suoi strumenti su http://www.suonoelettronico.com

  8. perotti says:

    Certo che la musica elettronica esiste…se ne volete un’assaggio tangibile il 23 Giugno’07 ad Altamura_Ba suona “SANTOS” in SINCRO_07 (CONTAMINAZIONI DI SUONI E IMMAGINI) e non solo

    per info: http://www.rythmus.it

  9. Leonardo says:

    certo che la musica elettronica esiste,in quanto suono sintetico o creato da macchine,o marchingegni,ecc.pero’ in quanto materiale compositivo non trovo nessuna novita’.per quanto riguarda la musica da discoteca tanto per intenderci.fa molto uso ancora di procedimenti tonali.quindi siamo nella tradizione delle canzonettacce della tradizione.nel senso del suo uso mediocre del comporre.per quanto riguarda l’uso dell’elettronica fatta dai grandi compositori;beh sicuramente il valore estetico c’e’.non va negato…pero’ ahime’ c’e’ uno scoglio da superare:l’autoreferenzialita’,che mi sembra un problema di molti.e tante altre beghe,e che qui il discorso si farebbe lungo,lunghissimo…..ecc ecc.

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