The Musical Box

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Published on: 22 February 2007

angelus novus“C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera”
[W. Benjamin “Tesi sul concetto di storia” (1940) Einaudi, Torino 1997, pp. 35-7]

Sono rimasto quasi sconvolto nell’apprendere, da questo post di Lemi, dell’esistenza di The Musical Box, una band canadese che riproduce i Genesis

fedelmente, dai vestiti agli strumenti (uno prestato direttamente da Rutherford), dalle scenografie alle luci, non tralasciando nemmeno le mosse e i discorsi tra una canzone e l’altra di Peter Gabriel.
Quando nel 73 sono venuti in Italia, il cantante dei Genesis HA DETTO le cose che ieri sera il cantante dei Musical Box ha ripetuto fedelmente, accenti, toni, errori grammaticali in italiano compresi.

Perché sconvolto?
Perché questa tendenza mi sembra esattamente quella che si è prodotta nella seconda metà dell’800 e ha segnato il passaggio dalla musica tout court alla musica classica:

Così cominciò anche ad emergere l’idea di musica classica; l’idea, cioè, che la musica di alcuni compositori del passato avesse un valore trascendente, che non fosse mero entertainment e quindi che dovesse essere ascoltata con grande attenzione e che dovesse essere eseguita esattamente com’era stata scritta.
E naturalmente anche i compositori del’800 cominciarono ad aspirare a scrivere musica del genere. Una musica che esprimesse sentimenti superiori, non un semplice divertimento. Una musica che li rendesse immortali, anche. E per il romanticismo, così pieno di nostalgia, di grandi ideali e di spinta verso l’assoluto, una concezione del genere era perfetta.
Citato in questo mio post

Detto da uno che insegna in una scuola chiamata Conservatorio, può far ridere (anche se insegno musica elettronica). Ma il fatto che una cosa del genere si palesi anche nella musica “pop” è un indice di decadenza assoluta. Attenzione: non si tratta solo di incapacità di innovare restando all’altezza del passato, ma anche di consapevolezza della propria incapacità di innovare. In altre parole, di resa.
Esattamente la stessa resa che si è manifestata in altre arti, per esempio con i pittori neo-rinascimentali, oppure, in architettura, qui da noi, con cose come la ricostruzione fedele del Teatro La Fenice a Venezia.
Perché, ragazzi miei, quando nel ’700 crollava una chiesa che magari era lì da qualche secolo, pochi avrebbero pensato di ricostruirla uguale. Si sarebbe detto, invece, adesso la ricostruiremo nuova e più bella di prima, esprimendo fiducia nelle proprie capacità creative.
Con questo non dico che bisogna stendere una bella gittata di cemento sul passato (roll over Beethoven). Il passato va conservato, però il rifarlo uguale è indice della nascita di un culto (in senso culturale), anche perché dei Genesis di allora esistono dischi, filmati, registrazioni. Nulla è andato perso. Non è come il caso della musica classica di cui non abbiamo esecuzioni originali e ogni nuova esecuzione è un’interpretazione e un unicum.
Qui è peggio, perché non c’è interpretazione. Perché, notate bene, senza queste testimonianze tecniche (dischi, filmati), The Musical Box non potrebbe riprodurre pari pari, non solo la musica, ma anche l’evento (i costumi, le mosse, i discorsi, gli errori).
È la resa della creatività. È la chiusura del cerchio di Benjamin: l’opera d’arte, riprodotta tecnicamente, perde il suo status di unicità, per dirla con Benjamin, la sua “aura”. Ed ecco che proprio questa riproduzione tecnica viene usata da qualcuno al fine di riprodurre, fino ai particolari più secondari, quell’opera d’arte. Ma l’aura non può essere riconquistata.
Notate ancora una volta la differenza con la musica classica. Quando ascolto Michelangeli che esegue Beethoven, io, in cuor mio, non ascolto Beethoven, ascolto Michelangeli. In realtà, per me, Michelangeli non è Beethoven. Beethoven è la partitura, non l’interpretazione. Nella musica classica il messaggio viene trasmesso attraverso la partitura, non attraverso l’esecuzione perché ogni esecuzione è una interpretazione e la mia può essere diversa dalla tua. Così, anche quando sento per la prima volta un brano contemporaneo che mi piace, la prima cosa che penso è di vedere la partitura perché solo così posso capirlo e farlo mio.
Ma qui non è così. Qui ricadiamo nel caso della Fenice ricostruita. Il concerto di The Musical Box non è il concerto dei Genesis, è solo un tentativo di riconquistarne l’aura. E così è solo una pallida illusione, un simulacro dickiano.

11 Comments
  1. Toni Tonino says:

    Non solo, c’è ancora chi si gongola se gli si dice che la sua musica riprende lo stile di alcuni grandi compositori del passato.
    Se si pensasse questo della mia la prenderei come una sconfitta della mia creatività.

  2. nicola says:

    il problema riguarda tutto l’atteggiamento della nostra epoca rispetto al passato (in realtà questo atteggiamento comincia, a spanne, col romanticismo).
    anche l’ossessiva conservazione dei monumenti va in questo senso.
    verona, come roma o molte altre città italiane, non sarebbe quel che è, dal punto di vista architettonico, se i nostri predecessori non se ne fossero allegramente sbattuti delle bellezze pregresse, buttando giù monumenti – che so – romani per ricavarci pietre da costruzione.
    credo che un atteggiamento sano, per un artista, sia quello che descrive gilberto gil in una sua intervista: “Todos nós tivemos música clássica em nossa infância, ouvimos Bach, ouvimos Beethoven, ouvimos isso, ouvimos aquilo, somos influenciados por esses contextos, e ao mesmo tempo temos a música da rua, a música de nossas cidades, a música de nossas feiras, de todos os lugares. Enfim, queremos misturar tudo isso, queremos fazer com que esses espaços dialoguem, uns com os outros, não é?” http://www.lainsignia.org/2007/febrero/cul_023.htm
    Traduco a spanne: “tutti noi abbiamo ascoltato musica classica nella nostra infanzia, bach, beethoven, questo e quello, e nello stesso tempo abbiamo ascoltato la musica che c’era per strada, nelle nostre città, alle feste, dappertutto. e alla fine dobbiamo mescolare tutto ciò, dobbiamo far sì che questi spazi dialoghino gli uni con gli altri, non vi pare?”
    che è poi il “costruire su macerie” di benjaminiana (e gucciniana, si parva licet) memoria.
    quel che resta del passato non va dimenticato né adorato, va utilizzato come pietre da costruzione.
    per inciso, ve lo immaginate, in italia, un artista come gilberto gil ministro della cultura?

  3. erri says:

    Madonnina!
    Proprio il mio lavoro di insegnante di “musica antica” (chi l’ha inventata, ‘sta denominazione?) al conservatorio è di mostrare agli studenti un rapporto attivo, creativo, con il testo musicale. Credo che tu, ascoltando Michelangeli invece di Beethoven, fai un atto violento ed anachico di ignorare ciò che la storia e la cultura ha espresso dal 1800 a oggi e che ritrovo, ad esempio, nella Poetica di Stravinsky.
    Negli anni 70-80 la “musica antica” ha tentato la rivoluzione, ma è stata, come ogni rivoluzione, tradita ed assorbita nel sistema.
    Propongo di costituire il Wu Ming della musica!

  4. fede says:

    uhm, non sono sicuro di seguirti, considerando che la stragrande maggioranza della musica “colta” consiste nel fare “cover” di musica scritta molto in precedenza (ok, uccidetemi)..pensi che se avessimo delle registrazioni di come Bach eseguisse/facesse eseguire non ci sarebbe qualcuno che pedissequamente imiterebbe? Non mi risulta che l’aggettivo “filologico” sia considerato un insulto. Il fatto che avvenga con i Genesis (un gruppo che peraltro a stento sopporto) dimostra solo come siano diventati parte della storia della musica, un altro strato sedimentato destinato a reiterarsi all’infinito… rock? Non piú. Semplicemente un altra stanza di museo, e un atto d’amore un po’perverso da parte dei membri della cover-band

  5. §LOLLO§ says:

    Sono perfettamente d’accordo su QUASI TUTTO. Concordo pienamente con la musica interpretata e sull’aura di Benjamin…ma la Fenice…no. Non è la mancanza di fiducia nella creatività contemporanea che l’ha fatta ricostruire tale e quale. Entrano in gioco altre variabili: molto diverso è il rapporto spartito-musicistaCheInterpreta rispetto a TeatroBruciato-ricostruzione. Ma non entro in merito; voglio tentare di rimanere nel discorso. Si, è vero che nel ’700 una chiese distrutta l’avrebbero ricostruita nuova, ma nel ’700 non esistevano neanche la conservazione in museo!!Puoi ben essere felice di vedere a Berlino le porte di Babilonia(o Ur, non mi ricordo), ma se ci fossero ancora le Wunderkamer(o come diavolo si scrive) quei pezzi lì sarebbero nell’immenso parco di qualche aristocratico crucco o distrutte da guerriglieri come i Buddha o Baghdad!!
    Per non parlare di cose tipo il campanile di San Marco o ilponte di castelvecchio ricostruiti il primo nel novecento per un crollo, il secondo dopo la guerra: cosa sarebbe adesso senza di loro???
    Per tornare al discorso “interpretazione di uno spartito” sono convinto esista una sua trasposizione nel mondo “arte del restauro”. Ce l’abbiamo sotto gli occhi tutti: quello che ha fatto Scarpa nel cortile di castelvecchio o Botta alla Scala: unire genio antico a creatività contemporanea, Beethoven e Michelangeli.

  6. Lemi says:

    Bella discussione (scusa se rispondo qui da te ma vedo che è ben avviata…)
    Beh, si. In effetti non c’è creatività, nulla da eccepire. E sicuramente è vero che sia ormai una musica sedimentata destinata a ripetersi, come dice fede. A ciò si aggiunga la mia scarsa conoscenza tecnica e storica della musica, muovendomi io ancora a livello delle sensazioni…
    In ogni caso non avevo di queste aspettative, lo ammetto e sapevo cosa avrei visto.

    La spinta è stata quella del “vorrei ma non posso” dal momento che non ero ancora nato nel ’73.

    Ma quando è cominciato, la sensazione è stata quella di una recita, di uno spettacolo teatrale. Come oggi vado a vedere un testo teatrale del ’700 fatto magari il più possibile fedelmente all’originale. O come, in base all’esempio di Bach, se potessi assistere ad un esecuzione di un suo brano con i vestiti dell’epoca, in un teatro originale e con l’atmosfera di quel tempo. Chiaro, è impossibile ma l’idea di fondo dei Musical Box credo stia solo qui.
    E’ un pò come entrare nel museo delle cere o in quelle attrazioni da parco dei divertimenti dove si ricrea l’ambiente con un qualsiasi tema e si ha l’illusione di essere in quel tempo e in quel luogo.

    Naturalmente, mi direte, con l’arte centra poco. Probabilmente si e pure l’unicità va a farsi benedire.
    Ma, ripeto, forse l’idea di fondo è un’altra sebbene essa comporti tutta una serie di considerazioni evidenziate in questa interessante discussione circa la quale, per poter dire altro, dovrei ragionarci ancora un pò su…

  7. Joyello says:

    Si, si… Tutto vero e, come si suol dire, parole sante.
    Rimane il fatto che io The Musical Box li ho visti (l’anno scorso a padova, riproducevano il tor di FOXTROT) e mi sono divertito un sacco. Molto di più che guardare un video d’epoca dei genesis veri.
    :-)

  8. Mauro says:

    intanto una precisazione: io non dico che The Musical Box non debba farlo o che sia deleterio (almeno finché non diventa una cosa generalizzata).
    Sono solo rimasto sconvolto nel vedere che anche nel pop è entrato quello spirito di conservazionismo tipico della musica classica. Non me lo sarei mai aspettato e considero tutto ciò un segnale di grande decadenza.
    Quando ero al liceo (dal 68 al 72) suonavo in una band, come tanti altri a quell’epoca. Suonavamo dal vivo 2/3 volte al mese e guadagnavamo anche qualcosa. Ovviamente suonavamo pezzi famosi che andavano dai Beatles fino alle canzoni del momento. Ma per noi era obbligatorio non rifarli uguali, introdurre qualcosa di nostro, magari piccolo, ma che fosse rappresentativo del nostro modo di suonare (era per quello che mi piaceva suonare il basso: potevo fare quasi tutto quello che volevo).
    Notate che tutti quelli che suonavano la pensavano così. Il massimo del complimento era sentirsi dire “questo pezzo vi viene proprio bene”. Invece dire “lo fate uguale” era quasi una critica: significava “quanta tecnica sprecata” perché il grande passo era arrivare a proporre dei pezzi nuovi.

  9. Federico says:

    il post è troppo elevato per la mia gretta attitudine materialista, ma non resisto alla pulsione di citare il buon Riegl, che nel suo “culto moderno delle immagini” tenta una sorta di classificazione dei valori artistici… tra questi compaiono sia il “valore intenzionale in quanto memoria” sia il “valore di novità”. Come in altri settori dell’esistenza umana credo nella pluralità, e quindi sia nell’ansia verso il nuovo che nel compiacimento del deja vu…

  10. Lemi says:

    Ora ho capito meglio ciò che vuoi dire e son d’accordissimo con te!

    Personalmente suonare “le cover” (come si usa dire oggi con un termine che non mi piace) non mi esalta e mi stanco se non ci metto del mio…Col mio gruppo infatti preferisco fare solo pezzi nuovi (a proposito anch’io “suono” il basso!!).

    Ma ti do una notizia pessima: nel panorama musicale “giovanile” (almeno veronese) esistono numerosissime tribute band che eseguono brani SOLO di un gruppo cercando di essere più fedeli all’originale. In questi casi ci si limita ad eseguire i pezzi e talvolta si arriva a vestirsi più o meno come gli originali.
    Personalmente non li capisco, li trovo sprecati e non lo farei MAI (oltretutto nei locali veronesi i gruppi cover non hanno problemi a suonare mentre chi fa pezzi nuovi deve elemosinare spazi…) ma ho degli amici che con questo tipo di attività si divertono un sacco…
    Poi ci sono gruppi come i Musical Box che sono oltre le tribute band e qui il bello sta, come scritto sopra, nell’illusione di essere in un altro luogo, come a Gardaland. In questo caso secondo me si esula dal concetto di concerto e ci si avvicina a quello di rappresentazione teatrale-attrazione. Ed è divertente…

    Per il resto concordo su tutta la linea.

  11. Joyello says:

    Si, ma infatti e, se hai un po’ capito come mi muovo io (musicalmente parlando) sai anche che sfondi una porta aperta. Suono da sempre e spesso con delle band ma solamente una volta ho dato vita a qualcosa che si avvicina a una “Cover band” (www.joyello.net/jco). Per noi l’unica cosa importante era essere DIVERSI dagli originali. L’idea era quella di dare un vestito NOSTRO a certe canzoni famose…
    Però, secondo me, l’operazione dei Musical Box è qualcosa di ancora diverso. L’impianto scenico riprodotto fedelmente dona all’operazione una dose di credibilità che altrimenti sarebbe sprecata.
    Le “Tribute Band”, come si chiamano, sono molteplici. C’è pieno di band tributo dei Doors, dei beatles, Degli Smiths e dei Joy Division… Ma nessuna di queste ha pensato di dare un valore aggiunto alle proprie esibizioni come invece hanno fatto i canadesi.
    Se l’idea è quella di “rifare” i genesis di Gabriel in maniera pedissequa, quella di farli con gli stessi costumi, luci, strumenti dell’epoca mi sembra l’unica trovata geniale dell’operazione.
    Oltretutto mi sembra anche piuttosto ironica… O forse l’ironia ce l’ho vista soltanto io… Però a quel concerto mi sono divertito moltissimo. Quasi mai emozionato, però. Non so se comprendete cosa voglio dire. It’s only entertainment!
    :-)

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